martedì, 18 novembre 2008

pericolo: non leggere

Impotenza




Gabriella ha 30 anni, e 24 li ha passati a studiare. Voleva fare il medico, si è curvata sui libri, ha finito in anticipo, la media del trenta, il bacio accademico. “Mettiti il cuore in pace” le hanno detto ieri nel corridoio dove pratica da anestesista “Si sa già chi vincerà il concorso per l’assunzione, è un incompetente, ma ha la tessera di CL”.  E non c’è nulla che lei possa fare.

Stefano ha 23 anni, vuole fare il musicista. Studia, lavora, e quello che riesce a tener da parte lo usa per la chitarra, per la band. Un giorno Stefano fa un incidente, il suo polso destro si spezza, all’ospedale lo operano ma qualcosa va storto, gli schiacciano un nervo della mano, “Un errore durante l’intervento” hanno detto, “Tempo due settimane e torni come nuovo”, gli hanno detto. A sei mesi dall’incidente Stefano non riesce ad aprire la mano, solo a chiuderla. E’ impossibile tenere un plettro in quelle condizioni. E non c’è nulla che lui possa fare.

Fino a pochi anni fa, Franco aveva un lavoro, per 18 anni ha curvato la schiena, euro dopo euro ha raggranellato una piccola fortuna. Aveva una fidanzata, voleva comprare una casa, sfuggire al mutuo, ha investito tutto in azioni Parmalat. Oggi Franco è rovinato, la fidanzata lo ha lasciato, è tornato a vivere dai suoi. A 40 anni lavora per 1000 euro al mese. Quelli che lo hanno rovinato vivono nelle stesse ville di prima. E non c’è nulla che lui possa fare.

Krista ha 26 anni. Sette anni fa era a Genova. Era la prima volta, per Krista, insieme al fratello Luca hanno marciato per le strade, hanno cantato slogan no-global, hanno visto tizi bardati di nero dar fuoco alle macchine davanti a un cordone immobile di agenti. La sera del 22 luglio Krista va a dormire in una scuola insieme ai giornalisti stranieri. Nel cuore della notte la polizia fa irruzione, lei corre nel bagno al piano di sopra, si chiude dentro, la raggiungono, la prendono a calci e manganellate, la insultano, le sputano addosso, la portano via in barella. Sette anni dopo la cicatrice sulla fronte di Krista non se n’è andata, ha ancora mal di testa, mentre guarda un tribunale imparziale assolvere il mandati del suo pestaggio. E non c’è nulla che lei possa fare.

A 19 anni anni, Carlo ha imbracciato il fucile e si è unito alla resistenza, ha sconfitto il freddo, la paura, si è gelato le dita sul suo fucile, consumato i denti in notti insonni, ma c’era da liberare il suo paese dai tedeschi, c’era da sconfiggere il fascismo, c’era da fare un’Italia migliore. Oggi Carlo ha 80 anni, e quando parla di fascismo, di liberazione, di resistenza alcuni ridono, altri sbuffano, molti non sanno nemmeno di che parla. E non c’è nulla che lui possa fare.

Massimo è un biologo, lavora a una nuova cura per la retinite pigmentosa, suo fratello a sedici anni ha iniziato a vederci male, il suo campo visivo ha incominciato a restringersi sempre più, fino a diventare completamente cieco. Così Massimo ha deciso di diventare genetista, ha preso una laurea, un dottorato e per 10 anni si è chiuso in un laboratorio. Lo stipendio da fame non gli ha mai permesso di andare a vivere solo, di sposarsi, di farsi una vita. Ma a lui non importava, lui voleva decifrare i geni malati del fratello per trovare un rimedio. Poi il nuovo governo ha tagliato ancora i fondi, prima è saltato lo stipendio di Massimo, poi il laboratorio, ora i risultati di dieci anni di ricerca sono stati svenduti a un laboratorio statunitense che deciderà se e quando utilizzarli. A 36 anni Massimo non ha più un lavoro, suo fratello aspetta un bambino, anche lui potrebbe sviluppare la retinite. E non c’è nulla che lui possa fare.

 

Se siete una delle persone qui sopra, allora per favore, non leggete questo libro.

“Disoccupate le strade dai sogni. La vita di Ulrike Meinhof” di Alois Prinz.

mercoledì, 12 novembre 2008

lettere aperte

Caro Oliver Stone,

 

Per me, W. , è una cagata pazzesca.

La tentazione, vedendo i titoli di coda sovrapporsi all’immagine di un george busha  fine carriera che si ingozza di birra e salatini davanti alla partita di baseball, lo ammetto, mi è venuta. Perchè va bene Oliver Stone, va bene l’ottima interpretazione di Josh Brolin, va bene l’idea, il coraggio (grazie al cazzo, sei Oliver Stone) di fare un film biografico su un presidente ancora in carica. Va bene. Il film rimane comunque una cagata.

La domanda è questa: Oliver, dopo JFK, dopo Platoon, dopo Born the 4th of July, come cavolo hai fatto a uscirtene con una pellicola così scadente?

La ricetta è abbastanza semplice: prendi 40 anni di storia americana, comprimili in un film di 129 minuti, per farlo dovrai ritagliare le scene più importanti e appiccicarle insieme con la colla. Già che ci sei contatta un po’ di attori abbastanza rinomati, ma fai in modo che non si calino troppo nella parte, in questo modo potrai dar vita a una lunga sequenza di situazioni improbabili, condite da un’ironia che fa poco ridere. Per fare un esempio: a vedere George W. Bush che decide se bombardare l’Iraq attorniato dai suoi fedelissimi, con una Condoleeza Rice corrucciata dalle labbre tremanti, un Colin Powell che sembra uscito ieri dal corso di politica forense del liceo, un Dick Cheney che per due ore non fa altro che muovere le sopracciglia senza dire un beneamato cazzo ma facendo intendere che forse, magari, non si sa davvero in realtà, però può darsi che lui la sappia più lunga di tutti, sembra quasi di assistere a una recita scolastica nemmeno troppo studiata, il copione perfetto, la resa pessima. Durante tutto il film si ha l’impressione di assistere a una pagliacciata colossale, e non solo perchè George W. Bush passa ogni momento libero a grattarsi le palle, infilarsi le dita nel naso e strozzarsi coi salatini, ma proprio per l’aura di ingenuità incolpevole che ricopre il nostro W.. Ora, Oliver caro, se tu vuoi farci credere che le decisioni catastrofiche di otto anni di amministrazione repubblicana siano da imputare tutte a un figlio di papà alcolizzato troppo stupido per non inciampare nelle sue stesse stringhe, avresti dovuto impegnarti di più. Mi rendo conto che sarebbe stata dura tirare in mezzo entità quali: la Chiesa cattolica, quella protestante, la Massoneria, le lobby del petrolio, quelle bancarie, quelle ebraiche, le imprese sanitarie... Sarebbe stato un suicidio, mi rendo conto, ma è anche vero che nessuno ti ha costretto a fare un film del genere. Ti sei incensato per settimane annunciando che avresti fatto uscire un film contro Bush giusto in tempo per le elezioni. Ebbene, non penso si possa dipingere George W. in una luce più positiva di questa. Se descrivere il presidente peggiore della storia degli U.S. come una scimmia texana rimbecillita è un regalo fin troppo generoso che sottrae verità alla Storia, incorniciare ogni errore di Bush Junior nell’ottica di un’ansia irrefrenabile di conquistare l’approvazione di un padre troppo esigente, no, è veramente troppo.

Renditi conto, Oliver, che in quelle due ore potevo andare in giro per Londra, prendere un double decker, mangiare fish and chips, rilassarmi a colpi di te e biscotti, qualunque altra banalità, tutto pur di non scucire 7.50 sterline per assistere a un baraccone insapore che sembra una raccolta di scene tagliate di un film che Michael Moore per fortuna non girerà mai.

Dalla regia mi chiedono di essere più obbiettivo, e va bene:

-Josh Brolin recita da Dio, e impersona Bush alla perfezione.

Il fatto è che io parlo a te Oliver, non a Josh Brolin. E tu, questa buffonata, potevi risparmiartela.

Dovevi risparmiarcela.

postato da: azaleamorse alle ore novembre 12, 2008 21:29 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, america, cinema, bush, oliver stone
mercoledì, 05 novembre 2008

politica mondiale

Abbiamo vinto tutti

Non me l'aspettavo. Non in questo modo, non con questa carica.
Non mi aspettavo di sentire la pelle tremare e gli occhi stringersi davanti alle immagini di migliaia di persone con le lacrime agli occhi in tutto il mondo, nella piazza di una delle piu' immortali delle citta' americane, a distanza di soli pochi giorni dall'ultimo attacco americano in medioriente.
Non mi aspettavo di potermi emozionare tanto per l'elezione di un presidente degli Stati Uniti d'America. E questo perche' in fondo io in Obama non ho mai creduto, un fatto di pelle penso, non nel senso di colore, nel senso della sacrosanta prima impressione che ogni individuo di questo mondo ti suscita ogni volta che ti trovi a dorverlo valutare. Non mi sono interessato piu' di tanto a queste elezioni, avevo sperato che Hillary Clinton vincesse le primarie, avevo provato sincera delusione quando le aveva perse, e negli ultimi giorni mi ero ritrovato addirittura a dispiacermi per quello che ai miei occhi non e' mai stato altro che un attempato repubblicano con il culo pieno di pallottole vietnamite. John McCain ha affrontato a testa alta una campagna immeritatamente dura, costretto a nuotare ad ampie bracciate nel mare di merda lasciato da otto anni di amministrazione repubblicana, nonostante i ripetuti tentativi di smarcarsi da Bush, nonostante la determinazione, nonostante una povera zoccola con gli occhiali da porno-segretaria che l'ha abbandonato alla prima difficolta' decisa a scaldarsi i muscoli per ricominciare a correre fra otto anni, nonostante Joe l'idraulico e le acute incursioni da David Letterman, nonostante il busto, la panciera, e quell'andamento ingessato che lo faceva assomigliare ad un omino michelin con l'artrite. Nonostante tutta la buona volonta', per John McCain questa candidatura e' stata come correre la quaranta chilometri con addosso  un accappatoio bagnato. Ce l'ha messa tutta, ma ha dovuto capitolare davanti allo sprint inarrestabile della storia.
Retorico, dite? Puo' darsi, ma se ci pensate la retorica e' stata il vero leit motiv di queste elezioni. Come di tutte le altre, del resto. Ma forse, questa ennesima esplosione di raggianti promesse e buoni intenti sara' l'ultima di una lunga serie.

Seguo questi risultati da Londra, seduto al centro di una cucina gelida nella periferia di Westminster, fuori i londinesi scoppiano le polveri del 5th November (remember remeber), negli autobus distinti signori indossano targhette commemorative per i mutilati di guerra, una signora di colore sventola esausta una bandierina a stelle e strisce. Vedo la gente sorridere davati alle prime pagine di quotidiani, i ragazzi Kenyoti che si sbracciano davanti alle telecamere nel giorno che e' da poco stato nominato festa nazionale, vedo i giapponesi, i francesi, i russi e gli australiani, sono certo che anche molti italiani hanno festeggiato questa vittoria con un entusiasmo fatto della stessa pasta di quello che corona i piccoli grandi successi personali. Un entusiasmo diverso da quello delle partite di coppa, delle vincite milionarie e, si', un entusiasmo diverso da quello che anima la politica italiana. Vedo tutto cio' e capisco che questa non e' la vittoria di Obama, non degli americani e nemmeno della popolazione nera. E' una vittoria lontana dal tifo e dai pregiudizi, la prima vittoria che non ha a che fare con la paura, una vittoria figlia dell'ansia di cambiamento e riscatto. Nonostante tutto, una vittoria autentica.

Dico nonostante tutto perche' so bene che anche quelle di Obama sono parole, come lo sono quelle di McCain, che mannaggia a lui ha dimostrato una classe che non gli accordavo presentandosi davanti ai suoi delusi per ricordare loro che la vittoria di Obama in fondo e' anche la loro.
Se non mi aspettavo di commuovermi durante i 16 minuti di discorso di Obama, e' perche' in fondo l'ho sempre considerato nient'altro che un buon oratore, ma se tanti sono capaci di usare le parole per ammaliare, pochi hanno i numeri per tener la testa alta davanti a uno status quo solido come il granito, rafforzato dall'ostinazione di lobby, gruppi di potere e il resto della merda che da tempo immemore imbratta il vertice della piramide.
Ma poi ascolto Obama parlare di "un solo popolo" e un raggio di sollievo comincia a farsi strada fra le pieghe di un cinismo e una disillusione che pensavo destinati solo ad accrescersi. Perche' se e' vero che un battito d'ali di una farfalla a New York puo' provocare un tornado a Pechino, allora le parole di un presidente designato a Chicago possono dar corso a una serie di reazioni nuove, impensate, un vortice di fiducia e speranza che per prima cosa andra' a soffiare dalle parti del corno d'Africa, dove da secoli milioni di individui assistono impotenti allo svolgersi di una storia che li vede sempre e solo dalla parte delle vittime. Se tutte le vittime capiranno di poter essere protagoniste, se questa svolta ci dara' il coraggio di mettere in dubbio tutto quello che fino a ieri ci sembrava inossidabile, allora si'.

Non pensavo l'avrei detto, ma: Si', possiamo cambiare il mondo. Una volta per tutte.

 

 

postato da: azaleamorse alle ore novembre 05, 2008 20:59 | link | commenti (3)
categorie: america, politica, storia, , attualità, società, obama
giovedì, 24 luglio 2008

Eroe con macchia



    Quanto tempo era che non uscivo da un cinema pensando: “Questo sì che era un bel film”? Sicuramente troppo. Sapevo che prima o poi sarebbe di nuovo capitato di pagare 7 euro per una pellicola che valesse più centesimi di quelli spesi, lo confidavo con la sicurezza cieca di tutti gli ottimisti, ma mai avrei pensato di uscire dalla sala del Warner Village stasera e dedicare il mio stupore a Cristopher Nolan e il suo “Cavaliere Oscuro”. E invece vi posso giurare sui gioielli di famiglia che il nuovo Batman non solo fa impallidire i fasti del miglior Tim Burton, ma addirittura va ad arrampicarsi fino a soffiare sul collo dei film più belli mai visti in tutta la mia vita.

    Esagero? Andate a vederlo e giudicate voi.

    La giornata di oggi, cinematograficamente parlando, non era iniziata bene. In prima pagina, sulla Stampa, un riquadro intitolava: “Batman è cattivo, e picchia la mamma”. Titolo a mio parere geniale per descrivere la violenta lite tra Bale e la madre che ha portato all’arresto dell’attore proprio nella notte della premiere londinese. Nel leggere una notizia simile non ho potuto trattenere le risate, ma allo stesso tempo la cosa mi puzzava di strumentalizzazione feroce per spingere l’uscita del film che, guardacaso, arrivava nelle sale proprio questa sera. Perciò immaginate voi con che aspettative mi sono seduto oggi  al terzo posto della fila G. Massì dai, dicevo tra me, sarà la solita cagata, magari apparecchiata da film pettinato, magari senza i ninja del primo episodio, comunque vada stasera ho bisogno di rilassarmi, perciò al diavolo lo snobismo da critici. Era già successo che pronunciassi una frase simile, prima dell’inizio di un film, si trattava di Cloverfield, e come allora, quando mi sono alzato dal sedile avevo la faccia di chi ha preso un nutrito numero di scappellotti inattesi,  per due ore e passa.

    E’ bene dirlo subito. Gran parte della sorpresa è dovuta al personaggio di Joker, interpretato più che magistralmente da Heath Ledger. Se il Joker di Nicholson sembrava appena uscito da un mazzo di carte da poker, quello di Ledger è l’esatto contrario. Sporco, spettinato, grufolante, la faccia da ragazzo mai cresciuto imbrattata con un trucco grossolano che lascia intravedere ampie porzioni di pelle. Si tratta di un personaggio scomodo, imprevedibile, fastidioso, ma irresistibilmente vero. Non crediate, il nuovo Joker non è solo risate e abiti sgargianti, la sua arma più efficace è la parola (imperdibile a questo proposito la scena dell’interrogatorio). Joker uccide, Joker scherza, e fin qui ci siamo, ma ha anche il potere di incrinare le certezze di eroi senzamacchia come Batman, Harvey Dent e il commissario Gordon, il nuovo Joker riconosce l’importanza della nemesi in Batman, si immedesima in lui, e fa un sacco di altre cose che non ti aspetti da un cattivone dei fumetti, come dare fuoco a una montagna di banconote manco fosse una pira votiva. Il risultato è impressionate, non dico che ti trovi a parteggiare per lui, ma poco ci manca. Non mi stupisce che Nicholson sia andato su tutte le furie quando ha scoperto che Nolan non si era nemmeno preso la briga di contattarlo quando si trattava di studiare il nuovo Joker. Ci sarebbe da sperare in una riapparizione di quello che considero uno dei personaggi più riusciti della storia del cinema, ma sarà difficile. Heath Ledger infatti è morto lo scorso gennaio, intossicato da un abuso di psicofarmaci regolarmente prescritti.

    Ma non è solo Joker a rendere questo film geniale. Se il personaggio di Ledger riesce incredibilmente a lavar via la patina di assurdità che ammorba più o meno tutti i film tratti da fumetti, è la sceneggiatura a tenerti inchiodato alla poltroncina, artigliato ai braccioli dalla potenza di alcune scene e da una successione stordente di colpi di scena. Gli effetti speciali ci sono, e a grasse padellate, ma sono solo il contorno nell’intreccio perfettamente tessuto da Cristopher Nolan (era dai tempi di Memento che aspettavo una prova del genere da lui). A questo va aggiunta una colonna sonora da pelle d’oca, una fotografia impeccabile, possibilmente opposta alla melanconia tetra di Tim Burton, e un cast solido e coerente che tira in mezzo volti intoccabili come quello di Gary Oldman e una femmina inarrivabile come Maggie Gyllenhaal (qui sono di parte, e tanto, me ne rendo conto).

    Non vi basta?

    E allora diciamo che quello che ho adorato di questo Batman è il messaggio. Sì, avete capito bene, il messaggio. Ripulito di ogni possibile buonismo alla superman, nel Cavaliere Oscuro capita anche di sentir parlare di Eroi. C’è l’uomo tutto d’un pezzo, abbronzato ai limiti del tumore sotto i riflettori del successo, lui è una prova di moralità, la gente crede in lui, perchè la gente ha bisogno di speranza, di fiducia in una figura umana assolutamente buona; quest'uomo si chiama Harvey Dent sarà un'esempio di moralità, ma solo finchè non gli fan fuori la donna, allora sbrocca e diventa Due Facce. Batman invece non è un eroe, è lui stesso a dirlo, lui vigila sulla città, ma di nascosto, senza bisogno di avere l’amore della gente. Anzi, capiterà anche che lo stesso Batman decida di farsela nemica, la gente, che loro pensino pure che il pipistrello è un assassino, un gangster come gli altri, lui continuerà a parargli il culo nella notte. In poche parole, il Batman di Nolan è uno che non lotta per la propria immagine, ma per la salvezza della città, il fatto che poi la gente lo consideri un mostro non conta nulla, se ci pensate, in termini pratici.

In tempi in cui anche la medicina viene spettacolarizzata, permettetemelo, film come questi sono una boccata d’aria.



Faz
postato da: azaleamorse alle ore luglio 24, 2008 02:06 | link | commenti (3)
categorie: recensioni, cinema, dark, batman, nolan, joker, ledger, cavaliere oscuro
mercoledì, 07 maggio 2008

I toccabili

Ricordiamoci che è vero



Diteci che non è vero

Così titola Massimo Gramellini sulla prima pagina de La Stampa di oggi. La frase si riferisce all’arresto del cardiochirurgo Carlo Marcelletti, accusato di truffa peculato e detenzione di materiale pedopornografico sul proprio cellulare. Una notizia che, se ci si pensa, non è poi così sensazionale. Non fosse che il suddetto Marcelletti fino all’altroieri era considerato, settimanali per famiglie in prima linea, una specie di angelo baffuto spedito sulla terra per guarire i cuori di bambini struggentemente in pericolo di vita. Lo chiamavano “Il chirurgo dei bimbi”, fino a ieri, e fino a ieri Marcelleti rientrava nella nutrita torma degli “intoccabili”, personaggi dei quali si può solo (e si deve, in ogni occasione utile) parlare bene. Allora non è un caso che il buon Gramellini (una delle penne più acute in circolazione) precipiti su un titolo tanto dozzinale. Il suo “diteci che non è vero” riproduce la delusione di migliaia di persone che in figure come Marcelletti cercano e trovano un'ancora di  giustizia a cui aggrapparsi per non affondare nei mali della società. Così un normalissimo cardiochirurgo diventa il gigante buono, il taumaturgo illuminato che ha immolato una vita intera sull’altare  della filantropia, l'eroe coraggioso che ha separato con successo due gemelli siamesi. Si tratta dell’ormai atavica abitudine a conferire al medico uno status semidivino, nobile quasi, un tempo lo si omaggiava con cesta di uova e prosciutti, ora con una fiducia religiosa e incondizionata nelle sue qualità umane. Che in realtà sotto il camice a volte si nascondano degli uomini meschini per molti è cosa inaccettabile. “Ci avete tolto Dio, la creazione, la sacralità della famiglia, lasciateci almeno i medici”  strepiterà in cuor suo l’italiano medio in costante cerca di certezze. Insomma, lasciateci un briciolo di fiducia, diteci che non è vero, che sono solo calunnie. Questa è la reazione dell’opinione pubblica allo “scandalo” Marcelletti: la scossa incredulità di chi non vuole credere. Il risultato è che in Italia è fatto divieto di parlar male di chiunque vesta un camice (a meno che non si tratti di un camice di laboratorio). E allora si lincia Grillo per aver “parlato male” di Veronesi, lo si denuncia per aver “diffamato” Rita Levi Montalcini, poco importa poi entrare nel merito delle sue affermazioni, è il bersaglio che conta, e quel tipo di bersaglio è intoccabile.

Si dovrebbe capire che non solo il camice non fa il medico, ma a volte chi ha uno stetoscopio al collo approfitta del proprio status per commettere le peggio nefandezze. Letti d’ospedale prenotati come camere d’albergo e percentuali intascate sottobanco, sono solo alcune delle angherie perpetrate da medici di tutta Italia. Il fatto che poi questi laureati salvino delle vite è collaterale, è il loro lavoro, sono pagati fior di soldi per quello che fanno, è un lavoro duro, ma è una professione che viene scelta, che si segue per vocazione.

Che dite, ce l’ho su con la classe dei medici? Tutt’altro. Io, figlio di due medici, ho un enorme rispetto per questa professione, per questo vorrei che i corridoi ospedalieri venissero sgombrati da questa risma di figuranti con laurea, più abili a parlar con la stampa che a impugnare un bisturi. Di personaggi simili, credetemi, ne ho conosciuti. Erano bravissimi a mettersi in posa per le foto, tu inumidivi la matita e già quelli ti stavano elencando gli interventi impossibili che avevano portato a termine con successo, si definivano tra primi cinque specialisti nel loro settore, gente che a sentirla aveva ridato la felicità a interi villaggi della brianza. uscivi dalla conferenza stampa e sulla bocca della gente il loro nome risuonava pomposo. Era solo per scrupolo che poi chiedevo ai medici di mia conoscenza ulteriori informazioni su questi novelli Ippocrate, e allora saltava fuori che nell'ambiente medico questi erano considerati poco più che cialtroni. E sto usando un eufemismo.

La realtà è che i medici seri esistono, e grazie al cielo sono ancora una salda maggioranza. Se proprio volete trovarli andate in sala operatoria, cercate il medico con la faccia più stanca, quello che magari ha passato le ultime sette ore con le mani affondate nello stomaco dilaniato di un ciccione, prendete quello più silenzioso, scuro, quello meno fotogenico. Tirategli la manica del camice, chiedetegli cosa si provi a salvare centinaia di preziose vite...

Se vi chiederà di lasciarlo lavorare in pace, avrete trovato il vostro eroe.

postato da: azaleamorse alle ore maggio 07, 2008 15:29 | link | commenti
categorie: attualità, società, malasanità, marcelletti
martedì, 29 aprile 2008

classici futuri

Il Male, la Folla e la Non-persona


 

Ho finito l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna tra la febbre e i malori virali, l’ho finito sotto le coperte, sul divano, davanti a me il televisore acceso luccicava muto sui risultati del ballottaggio di Roma. Ho chiuso il libro e sullo schermo ho visualizzato uno stuolo di esaltati che tendevano il braccio e sventolavano bandiere con la croce celtica dal Campidoglio. Gianni Alemanno è sindaco di Roma. Ho avuto l’impulso di riaprire il libro e ricominciare a leggere, dalla prima pagina.


“Superiamo ogni domanda, non chiediamoci “perchè”? Testimoniamo”

E’ questa l’attitudine con cui si dovrebbe leggere l’ultima, formidabile opera di Giuseppe Genna.

Hitler non è un romanzo storico, non è un saggio su Adolf Hitler, non è nemmeno una via di mezzo. E’ qualcosa di più. Un’opera utilissima, sconvolgente, febbrile, capace di catturare l’attenzione del lettore bloccandolo in una serie inarrestabile di riflessioni. Si potrebbe dire che Hitler costringe il lettore alla riflessione. Lo stesso Genna si sottrae in continuazione alla dimensione narrativa , si pone accanto a noi, come un secondo lettore, avanza ipotesi e le confuta, ci istruisce pagina dopo pagina su come “leggere” Hitler. Genna espone i fatti, li commenta, li incastona in un disegno più largo, con un occhio sempre focalizzato sulla fine. Laddove non può spingersi, la narrazione procede a interrogativi.  Ma non si pensi che in Hitler si possano trovare risposte. Le domande, parlando di Shoah, sono inevitabili, le risposte impossibili.

Frutto di dieci anni di studio e meditazione, Hitler è la concretizzazione di un’impresa titanica, che avrebbe meritato ben più spazio delle 600 pagine concesse dall’editore. L’impresa di Genna consiste nel tentativo di avvicinare il concetto di Male, l’essenza stessa del Male intesa come negazione, non-essere, e più concretamente, come vuoto. Non è un caso allora se costantemente Genna parla di Hitler come un non-personaggio. Adolf Hitler è un uomo a-dimensionale, che si intravede solo attraverso le reazioni delle persone che con lui interagiscono. Un’interazione che porta quasi sempre all’annichilimento ( si pensi alle donne del Furher, tutte o quasi arrivate al punto togliersi la vita). Se nell’Adolf giovane si possono ancora riconoscere caratteristiche umane, queste si dimostrano effimere non appena Hitler entra in contatto con il suo substrato naturale: la folla.

E’ il 12 settembre del 1919, quando Hitler per la prima volta entra in contatto con se stesso. Nella birreria Sternecker, a Monaco, solo una quarantina di persone occupano i tavoli, su un palchetto c’è un oratore pedante, sciorina quelle che Hitler considera “banalità piccolo-borghesi”. Hitler è lì in qualità di delatore, ma quando sente minimizzare il problema ebraico un impulso lo porta ad alzarsi in piedi e parlare. Arringa i presenti, si scalda, suda. E’ la prima di innumerevoli volte.

Da quel momento l’Hitler giovanile si annulla, polverizzato, lascia spazio all’apparenza, al Male incarnato. Il Male di Hitler non ha forma, Genna lo traduce al lettore indirettamente, attraverso l’adorazione di Goebbels e del partito, attraverso l’incanto esaltato della folla, attraverso le parole sussurrate alla nipotina Geli, strappate dai suoi ricordi violati di adolescente.

Se l’obbiettivo era quello di dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’ideologia nazista, Genna l’ha centrato in pieno. La traduzione di Hitler in non-personaggio è meticolosa. Molti capitoli iniziano descrivendo le azioni di una sagoma senza nome, un essere ambulante chiamato “l’uomo” a cui sporadicamente l’autore concede facoltà di parola. Solo dopo alcuni capoversi  Genna ci rivelerà che si tratta di Hitler. Perchè  Adolf Hitler è questo: un involucro abulico che si gonfia dei timori della gente, una forza annichilente, un buco nero senza odore, colore e spessore. La sua identità è affidata alla voce metallica e ai ridicoli baffetti. L’Hitler di Genna è un’icona spettrale, una specie diversa di umano, un androide ante-litteram. Questa ossessiva attenzione verso il disumano non viene mai a mancare, nel corso del libro,  ed è indicativa della fatica con cui Genna ha lavorato a questa opera. Si avverte, in ogni singola pagina, il timore fisico di trattare una materia simile. L’autore si avventura nella storia di Hitler un passo alla volta, guardandosi intorno, prima di superare ogni ombra ci induce a gettare uno sguardo oltre, a ricordare che tutto questo è stato, e che niente, nessun libro, nessun autore (lui compreso), potrà mai darne spiegazione. Questo modo di scrivere, a metà strada tra il narratore, l’aedo e lo storico, risulta particolarmente efficace nella descrizione dei campi di concentramento. In questi passaggi la narrazione sembra immersa in un inchiostro nero che sporca le coscienze di tutti. Genna, infatti, non rinuncia alla componente più ficcante della letteratura sul nazismo: l’orrore. Ma prima di farlo strappa ancora una volta il lettore dalla dimensione narrativa (“Lettore, preparati all’orrore”). I crimini nazisti, in Hitler, non sono accennati, sono presentati nella loro crudezza, monocromatici. L’autore ti porta a pochi centimetri dal cadavere crivellato di colpi di mitra di una prostituta polacca e ti costringe a guardare, a non proseguire, a sopportare il silenzio pesante della Storia che si può solo testimoniare.

L’Intento didattico di Giuseppe Genna, dunque, è chiaro. Oltre a rivelare aspetti della biografia diel Furher sconosciuti ai più, Hitler fornisce preziosi elementi utili a farsi un’idea della portata storica dello scempio nazionalsocialista e, soprattutto, a capire quanto i germi di un simile orrore alberghino ancora nella nostra società.

La folla è nel deliquio, non nell’ipnosi. La folla vuole Adolf Hitler. Egli non inventa niente: accelera i germi che natano nell’aria dispersi: li raccoglie, li colonizza, li fa proliferare, li mostra, la gente urla di inocularglieli

Questo passaggio è uno dei più efficaci. Hitler non è nulla, uno spettro che tale rimarrebbe se non avesse l’attenzione della folla, un virus che ha bisogno di cellule per concretizzarsi in minaccia. La folla è un grumo di cellule, il popolo tedesco il corpo stesso che brama l’infezione. E’ questo l’aspetto più perverso della biografia dell’omuncolo Hitler: quell’inspiegabile amor vacui che sprona folle sconfinate a cedere al fascino dell’apparente. Un popolo simile, è incapace di percepirsi in assenza di una nemesi. E’ in questo tessuto che si cuce l’ormai consumata frase “eseguivamo solo degli ordini”. E’ la parola del popolo senza coscienza di sè, un popolo spento che cerca sempre fuori da sè il proprio detonatore. Basta fermarsi un poco a pensare per capire che lo stesso popolo italiano si ritrova in questa descrizione, ma in modo diverso. L’italiano è storicamente attendista. Si fa infettare, ma con riserva. Si imbuca nelle peggio gallerie con una mano sul volante e l’altra sul freno. Tende il braccio sotto il broncio del Duce durante il ventennio e ne calpesta il volto in piazzale Loreto nell’ultimo 28 aprile. Vota Berlusconi nell’ombra del seggio e dichiara il contrario ai microfoni degli exit-poll.

E’ qui che si riconosce il valore incredibilmente attuale di questo libro. In quella folla informe che si muove e agisce sotto ipnosi, prescindendo dalle singole coscienze e, inspiegabilmente, in direzione del tutto contraria al bene comune. Genna non manca di porre l’accento su questo aspetto ma, a mio avviso, non  abbastanza. Piuttosto si concentra ossessivamente sul non-personaggio Hitler. Perchè? Forse l’autore intende davvero circoscrivere a Hitler la quasi totalità delle responsabilità dell’Olocausto? In questo caso questo sarebbe l’unico difetto in quella che comunque considero un’opera inarrivabile. Ma io credo che ancora una volta quella di Genna sia stata una scelta consapevole. Se da un lato Genna si carica sulle spalle l’onore improbo di occuparsi del Fuhrer, dall’altro lascia al lettore il compito di interrogarsi sulla corresponsabilità del popolo e sulla dimensione attuale che quei fatti assumuno ancora oggi.

E allora anch’io, in qualità di lettore, voglio rubarvi qualche altra riga di attenzione per fare la mia riflessione:

 La rappresentazione di Hitler come non-personaggio, veicolo di un ideale nullo e annichilente è perfettamente riuscita. Alla fine del libro si riconosce la totale demolizione del mito hitleriano, che in questo modo viene sottratto a qualsiasi tentativo di riabilitazione postuma.  Nonostante ciò, risulta difficile non riconoscere in Adolf Hitler alcuni difetti assolutamente umani: Il passaggio fulmineo dall’abulia estrema alla logorrea esorbitante, la misantropia, la paranoia, l’ossessione implacabile della vendetta. L'esistenza di uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo. Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è rintracciabile, esplicabile. Il vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader. E’ necessario distinguere tra chi del nazismo è stato vittima e chi in qualche modo ne è stato complice. Se proprio di Male vogliamo parlare, allora dobbiamo considerarlo in entrambe le sue dimensioni:  quella puntiforme incarnata in Adolf Hitler, e quella orizzontale ( e banale, se proprio vogliamo citare Hanna Arendt) rintracciabile in quanti hanno fatto un passo di lato per lasciare libero il cammino del Furher. Gli industriali che hanno irrorato le casse del partito nazista, i politici che hanno pensato di potersi servire di Hitler per i propri scopi, i gerarchi e le SS, i tedeschi che hanno accolto festanti la propaganda anti-giudaica, e anche quelli che hanno accettato in silenzio la trasformazione della Repubblica di Weimar nel Terzo Reich. Il comune denominatore di queste frange è uno: l’aver sottovalutato il potenziale devastante di un omunucolo “ridicolo”.  E’ qui, secondo me, che il male estende i suoi tentacoli, tentare di circoscriverlo a un solo individuo implicherebbe per forza di cose il ricorso al soprannaturale. Esiste chi il male attua e chi lo permette. Ma soprattutto, quel silenzio con cui molti tedeschi guardarono crescere la belva nazista, è lo stesso in cui  oggi si cullano molti di noi. Un silenzio ingorante, arrogante, colpevole. Figlio della convinzione di poter esistere e proliferare come individuo assoluto, la convinzione che il destino del singolo sia fisiologicamente slegato da quello dei suoi simili. E’ il silenzio di chi ormai crede che uno schermo televisivo possa separare la realtà globale da quella intima. Ed è in quel silenzio che virus come Adolf Hitler trovano il proprio nutriente, il perfetto terreno di coltura. E’ qui che si deve agire, è sulle caratteristiche disumane della folla che bisogna ragionare. Se lasceremo stagnare questo terreno di coltura, allora rimarrà sempre un imperdonabile spazio per l’orrore.

 

 

postato da: azaleamorse alle ore aprile 29, 2008 12:48 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, libri, storia, memoria, attualità, società, hitler, genna, classici futuri
sabato, 26 aprile 2008

racconti

Per Tutti Voi



(Qualcuno ha detto che l'unica cosa che val davvero la pena fare, oggi, è testimoniare, ricordare, e soprattutto raccontare. Per questo una volta tanto lascio da parte la retorica e i commenti, per lasciare spazio a una storia. Anzi, due. Questo non è solo un racconto, è una testimonianza che intreccia i le storie dei mie due nonni partigiani. Uno, nome di battaglia Alessio, ha guidato la liberazione di Vimercate dai tedeschi, l'altro, nome di battaglia Lampo Blu, è stato fatto prigioniero dai tedeschi. "Per Tutti Voi" a breve dovrebbe essere raccolto nell'antologia "Storie del Novecento", spero di non stare violando qualche copyright)



Fumo ogni sigaretta come se fosse l’ultima, a boccate lente, assaporando il tabacco arroventato dal vento di febbraio. Respiro meno ossigeno possibile, e appena ne finisco una ne accendo subito un’altra. Le sigarette non mi mancano di certo. Qualcuno una volta mi ha detto che la sigaretta è l’oggetto più prossimo alla perfezione. Cilindrica, maneggevole, un ottimo rilassante nonché unità di misura impeccabile. Fumo una sigaretta e torno, qualche minuto, né più né meno.

            Non è la prima cella in cui mi trasferiscono che manca di vetro alle finestre. E ormai ci ho fatto l’abitudine. Dalle inferiate arriva il freddo degli ultimi giorni d’inverno, mi penetra dentro, inesorabile, e mi ricorda che la fine è vicina. Prendo un’altra boccata calda dal cilindro di tabacco e sputo fuori un po’ di quel freddo. So che è inutile, ma mi sento meglio lo stesso. I primi giorni ci avevo anche provato a tappare quella dannata fessura, almeno per la notte, che da queste parti è violenta e gelida. Avevo architettato un modo per sigillare l’apertura servendomi della giubba, ma poi ci avevo rinunciato. Perché nessuna di queste cose mi può riportare indietro.

            Quando ancora c’erano inquilini nelle altre celle, è capitato che qualcuno incominciasse a fare la fatidica domanda :”Ma voi, perché l’avete fatto?”. C’era sempre chi faceva domande inutili in galera, e di solito non riceveva risposte più chiare che insulti o qualche colpo di tosse stizzito. A volte qualcuno rispondeva qualcosa del tipo: “Perché ero un ingenuo”, ma a quel punto la conversazione terminava in fretta perché quelle frasi ci mettevano addosso una tristezza quasi tangibile. Mai nessuno che avesse risposto “L’ho fatto perché dovevo”. Nemmeno io.

            A volte vorrei che qualcuno mi ponesse di nuovo quella domanda, così gli risponderei che questo non è il luogo per fare domande, in questo posto si può solo aspettare, e sperare che duri poco.

            Tengo gli occhi chiusi, perché così posso immaginare di stare sulla riva del torrente dietro casa mia, a fumare paglia con i miei amici di qualche anno fa, quando si era troppo piccoli per sparare con qualcosa di più pesante dei fucili a pallini di gomma, e quando ancora nessuno sapeva cosa fosse la guerra. In alcuni momenti stringo gli occhi così forte che mi fanno male e la superficie delle palpebre inizia a punteggiarsi di bagliori luminosi. Succede quando penso ad Agata, e agli ultimi giorni passati da lei, prima che mi prendessero.

            La sigaretta sta finendo, lo sento dal calore che si avvicina alle dita. Aspetto ancora un po’ e assaporo le ultime amare boccate prima che il calore si faccia troppo intenso. Poi lascio cadere il resto della paglia in terra e lo strascico col piede. Sotto la branda ho ancora un’ottima scorta di tabacco, e un rifornimento appena sufficiente di cartine. Non è che mi aspetti di vivere ancora per molto, ma l’idea di rimanere a corto di sigarette mi terrorizza. Va’ a finire che riempio ogni cartina con quantità di tabacco eccessive, così che al posto di un cilindro affusolato mi trovo a stringere tra le dita un fagotto di tabacco che sembra sul punto di esplodere. Estraggo una cartina dal contenitore e me la appoggio su un ginocchio, quindi svito il tappo del barattolo contenente il tabacco e ci affondo dentro le dita, ne tiro fuori un po’ e lo lascio cadere sulla cartina. Mi piego a raccogliere un po’ del tabacco che è caduto a terra e lo aggiungo all’altro. Arrotolo con perizia la cartina su se stessa, cercando di darle una conformazione vagamente cilindrica, soddisfatto inumidisco con la lingua un lembo e confeziono il tutto.

            Mi rigiro il manufatto tra le dita, orgoglioso. Quindi chiudo gli occhi, e ne azzanno un’estremità. Sfrego un cerino sui pantaloni logori e accendo.

            Fumo ogni sigaretta come se fosse l’ultima. E un po’ mi preparo a quando verrà il mio momento. Del resto in questo braccio sono rimasto solo io, gli altri sono stati portati via tutti nel giro delle ultime due settimane, e da due giorni non viene più nessuno.

            I miei compagni di cella… Non ricordo nemmeno i loro nomi.

            Buona parte di loro erano ragazzini e vagabondi, che si erano uniti alla causa senza avere la minima coscienza di quello che stavano facendo, di quello che li aspettava. L’ultimo di loro che hanno portato via era un manovale di Sesto. Diceva di avere diciannove anni. Ma lo diceva in quel modo fasullo, tronfio, come per negare agli altri e a se stesso di essere ancora un ragazzino. Un ragazzino che aveva smesso troppo presto di giocare, per andare a combattere i tedeschi, gli invasori, per liberare i suoi cari da un futuro troppo pesante da sopportare. Pensieri nobili, eroici, ma del tutto privi di praticità.

            Non conoscevo il suo nome, non era importante. Ma a modo mio l’avevo battezzato. E ogni tanto quando la notte mi chiamava in lacrime da dietro al muro, io gli rispondevo chiamandolo “Faustino”. Come il nome di un amico che avevo da piccolo.

            “Capitano” mi diceva lui. Mi chiamava così perché secondo lui io sarei stato un ottimo condottiero partigiano, se non mi avessero preso. Io non avevo nulla da obiettare, e lui non mi correggeva se lo chiamavo Faustino.

            “Capitano” mi diceva “Oggi dev’essere una notte bellissima”

            “Cosa te lo fa’ pensare?” chiedevo io

            “L’odore dell’aria” rispondeva trasognato Faustino “Nelle notti chiare le stelle donano un po’ della loro energia all’aria, che diventa elettrica, e quando la respiri non riesci più a dormire”

            Faustino era un poeta. Io di poesia ne avevo letta poca, e lui probabilmente non aveva mai letto niente, ma lo stesso riusciva a tradurre ogni cosa che sentiva in parole. E io questa la chiamo poesia.

            Appena arrivato, Faustino era pieno di energie. Non smetteva un attimo di parlare. E quando non parlava faceva domande, in modo che qualcun altro prendesse il suo posto, per non darla vinta al silenzio. Un giorno gli chiesi perché facesse tante domande, e lui mi rispose che aveva paura del silenzio. Perché se nessuno avesse più parlato, la morte l’avrebbe trovato e sarebbe venuta a prenderlo.

            Poi un giorno fece anche lui quell’inevitabile domanda:

            “Capitano, ma tu perché l’hai fatto? Voglio dire, perché hai deciso di unirti ai partigiani?”

            “Non lo so, Faustino” mentii io.

            “E’ impossibile, nessuno fa certe cose senza motivo!”

            “E tu?”

            “Vendetta”

            “Vendetta?”

            “Già. I tedeschi hanno portato via mia madre qualche mese fa. Da allora la sto cercando”

            Quando Faustino disse quelle parole, riempiendole di tanto ingenuo orgoglio, volli passare attraverso il muro e dargli uno scappellotto. Doveva capire che il mondo non era una favola, dove un bambino può salvare la madre rapita dal drago. In questo mondo, una madre rapita è una madre già morta, e il drago è un uomo troppo uguale a te perché tu possa sconfiggerlo.

            Ma forse Faustino queste cose le sapeva già, ed era per questo che continuava a sognare.

            Ho già consumato metà della sigaretta. Il vento ha smesso di soffiare da qualche minuto, e il fumo ristagna nella cella annebbiando ogni cosa. Smuovo l’indice e il medio e faccio cadere un po’ di cenere sulla polvere del pavimento. Apro gli occhi, il sole è quasi scomparso. Un ultimo raggio entra timido dalle inferriate e va’ a inquadrare l’angolo opposto a quello in cui sono io. E là c’è uno spettacolo che mi mozza il fiato.

            Fra lo sporco, sul nudo cemento, un piccolo fiore sbuca da una crepa, e sembra guardarmi, protendendo i petali rosa verso di me a svelare il suo cuore giallo di polline. In questo posto di morte e silenzio, è sbocciata un po’ di vita. E per farlo ha attraversato il cemento come se fosse terra, il tutto per raggiungere l’ultimo raggio di sole.

            Per la prima volta da quando sono in questo posto, piango. E non capisco perché.

            Ho visto morire ragazzi, uno dopo l’altro, ho lasciato Agata da sola, eppure ancora le lacrime non mi avevano raggiunto. C’è voluto un fiore. A ricordarmi Faustino, e tutti gli altri, tutti noi, che abbiamo voluto attraversare il cemento per avere un po’ di sole, un po’ di speranza.

            Quando i tedeschi sono venuti a prendermi ero nascosto nel solaio della casa di Agata, a Brivio. Era lì che ci nascondevamo quando i suoi genitori andavano a cercarla per le strade, armati di indignazioni e minacce. Mi sono unito ai partigiani due mesi fa’, come mio fratello e quasi tutti i miei amici. Molti di loro sono stati presi durante l’incursione al campo d’aviazione di Arcore, e ora hanno smesso di lottare. Ci sono solo i loro elmetti, riportati in città dai tedeschi, e calcati sulla testa di chi non ha voluto testimoniare ed è per questo stato fucilato.

Anch’io ero tra i ricercati.

Appena ho visto i tedeschi sono scappato da Agata, e chissà come lei era già nel solaio, come se mi stesse aspettando. Mi ha accolto a braccia aperte, le lacrime che le rigavano il volto. Ci avrebbero messo giorni a trovarmi, e io non avevo altro posto dove andare. Passammo cinque giorni a fare l’amore, senza quasi mai fermarci. I nostri corpi erano diventati una cosa sola, i miei capelli castani e i suoi biondi, i miei occhi castani e i suoi neri, le mie braccia sudate e ferite, le sue fatte di panna e speranza. In quei giorni non ci parlammo quasi, volevamo vivere ognuno di quei momenti come se fosse l’ultimo, avevamo paura di staccarci l’uno dall’altra, di rimanere soli.

            Poi un giorno i tedeschi arrivarono, erano in tre, era l’alba. Agata si svegliò prima di me, e quando aprii gli occhi lei si era già vestita e i suoi passi scendevano la scala del solaio per andare ad aprire a chi sbraitava e batteva sul portone. Qualcuno aveva detto qualcosa in tedesco, un altro aveva urlato, lei non si scompose, la sua voce era serena,  forte. Saltai dalla finestra con ancora il pigiama addosso. Scivolai lungo la tettoia e atterrai sull’erba rotolando qualche volta per poi rimettermi in piedi, e scappare.

            Riuscii a tenerli dietro per quasi un chilometro, poi mi presero. E io li dannai per non avermi ucciso lì.

            Chiudo gli occhi, anche questa sigaretta sta finendo, e forse sarà davvero l’ultima. Di solito ci vengono a prendere dopo il tramonto. E ogni sera aspetto che lo facciano.

            Era Faustino che mi aveva confidato quello che sapeva sul modo di agire dei tedeschi. Quel suo continuo parlare alla fine si era rivelato produttivo, e per quel che valeva era riuscito a sapere che fine facevano i partigiani che venivano prelevati dalle proprie celle.

            “Alcuni di loro vengono trasferiti, ma sono davvero pochi…”

            “E gli altri?”

            “Gli altri vengono rilasciati…”

            “Rilasciati?” non potevo credergli

            Con voce bassissima, Faustino aveva risposto “Li lasciano andare, e poi gli sparano alle spalle”

            Non era sadismo, il loro. Almeno, non solo. Il fatto è che sul fronte le cose andavano male e i tedeschi non potevano metter dentro la gente per poi farla fuori. Non ci dovevano essere troppe esecuzioni. Niente fucilazioni, niente impiccagioni, niente eccessi. Così, poteva accadere che qualcuno riuscisse a fuggire, e in quel caso le SS erano costrette a sparare…

            “Li lasciano andare, capisci capitano? E loro cominciano a camminare, e ogni passo che fanno è un pensiero che va alla loro famiglia, ai loro figli, ai loro genitori, un messaggio di speranza. Quei ragazzi camminano verso la libertà, verso la loro vita, e quei bastardi gli fanno credere di avere ancora da vivere, per poi finirli come cani idrofobi…”

            A quel punto Faustino aveva preso a piangere.

            E io avrei voluto consolarlo, dirgli che erano tutte dicerie, e che non era vero che i tedeschi sparavano alle spalle. Ma la realtà è che quegli spari li avevo sentiti, e li aveva sentiti anche lui… Non c’era niente da dire, niente a cui credere.

            Il giorno seguente Faustino era in uno stato catatonico. La notte prima l’ultimo ragazzo del nostro braccio, dopo me e lui, era stato prelevato, e noi avevamo sentito lo sparo dopo il tramonto. Io non ero riuscito a dormire, e forse nemmeno lui. Poi mi venne in mente che i tedeschi si erano sempre mostrati generosi verso chi conosceva la loro lingua. Non tanto per una questione di simpatia, piuttosto perché se parlavi tedesco te la potevi cavare quando ti concedevano il primo e ultimo interrogatorio.

            Io conosco il tedesco, a undici anni sono andato a fare l’apprendista muratore in Germania, ho dovuto impararlo per forza. Ma Faustino no, lui il tedesco lo capiva soltanto, perché si era abituato distinguere gli insulti dagli ordini, ma per il resto navigava nel buio.

            Così una notte mi levai dalla branda e andai a picchiare sul muro della sua cella.

            “Faustino!”

            “Che c’è?”

            E gli raccontai la storia del tedesco, e degli interrogatori.

            “Capitano, io non conosco il tedesco” aveva detto lui ed era scoppiato a piangere.

            “Non ti preoccupare Faustino, te lo insegno io il tedesco. Incominceremo subito, e vedrai che te la caverai!”

            “Davvero?” aveva esultato lui, al colmo della gioia “Lo farai?”

            “Ma certo, incominciamo dalle parole semplici…”

            Quella notte passarono a prenderlo. Lui non gridò, non si lamentò, non mi salutò nemmeno. Ma quando passò davanti alla mia cella, mi scoccò un ultimo incredibile sorriso, che voleva dire “Io e te siamo uguali, nessuno di noi due sarà mai solo, grazie” . E io ricambiai.

            Pochi minuti dopo il sole tramontò, e io immaginai Faustino che prendeva a camminare lungo il viale esterno, lentamente, senza voltarsi un secondo.

            Poi lo sparo.

 

            Ancora quella sensazione di calore attorno alle dita, la sigaretta è quasi finita. Apro gli occhi.

            Sento qualcosa, dei rumori, dei passi, una luce dal fondo del corridoio. Stanno venendo a prendermi.

            Anche questa volta sono in tre. Hanno in mano le chiavi, e le pistole, e i bastoni. Ora tocca a me. Tiro un’ultima boccata, lascio cadere la cenere, poi il mozzicone, che striscio lungo il pavimento con una scarpa.

            “Andiamo” dico

            Loro non parlano. Mi scortano fino a un stanza, ma non si tratta dell’uscita. All’interno c’è un tavolo.

            “Sitzen!” urla uno, e io mi siedo.

            Incomincia l’interrogatorio. Loro urlano, io rispondo. Mi chiedono di me, dei miei compagni, di chi ho ucciso. Io sono un manovale, non ho compagni, non ho ucciso nessuno. Non sembrano credermi. Parte qualche pugno, uno schiaffo che mi fa quasi cadere dalla sedia. Poi qualche calcio. Ancora le stesse domande.

            Io nego.

            Mi chiedono di Agata.

            Io nego.

            Uno di loro mi molla un altro pugno, ma non sembra troppo convinto.

            Io chiudo gli occhi, e dal buio compare il fiore che ho visto spuntare dal cemento. E’ rosa, scaldato da un raggio di sole. Mi dice che sono ancora vivo.

            I tre sembrano stanchi di me. Uno di loro mi urla di alzarmi. Io eseguo. Mi accompagnano fuori dalla stanza, lungo il corridoio, questa volta mi portano all’uscita.

            Fuori il sole non è ancora tramontato, e io mi aggrappo a quegli ultimi raggi come quel fiore rosa nella mia cella. Uno di loro mi sbraita qualcosa:

            “Frei!” e mi indica l’orizzonte.

            Sono libero.

            “Ho un ultimo desiderio”

            L’SS scuote la testa e ride “Frei” ripete

            Ma io gli chiedo lo stesso l’ultimo desiderio.

            “Una sigaretta”

            L’SS spalanca gli occhi, poi scuote la testa e pesca dalla tasca una sigaretta ben confezionata. Me la porto alla bocca, sfrego un cerino sui pantaloni consumati e me l’accendo.         

            La fumo come se fosse l’ultima, con boccate lunghe, assaporando il tabacco che si arroventa. Quando ho terminato lascio cadere il mozzicone e lo striscio per terra.

            Non mi volto verso le tre SS, ma le sento ridacchiare alle mie spalle.

            Muovo il primo passo.

Non ho paura, sto bene.

            Muovo un altro passo.

Fa’ fresco, l’aria ha l’odore elettrico delle stelle che si sbriciolano. Penso a Faustino.

            Muovo un altro passo.

C’è Agata, là da qualche parte oltre l’orizzonte, mi aspetta.

            Muovo un altro passo.

Sto andando da lei. Il sole è una scorza infinitesima all’orizzonte, che mi bagna con il suo ultimo raggio. E io so che posso ancora sperare, che devo farlo, per me, per i miei compagni...

Per tutti voi.

postato da: azaleamorse alle ore aprile 26, 2008 13:01 | link | commenti (3)
categorie: racconti, storia, memoria, resistenza
giovedì, 24 aprile 2008

Resistenza

I cosiddetti Vinti



Vogliono cancellare il 25 Aprile.

Non è certo una novità, ne parlano da anni, sondano il terreno, buttano qualche petardo retorico, abbozzano, da anni.

La novità, semmai, è che quest’anno fanno sul serio.

8 aprile 2008; Marcello Dell’Utri (PDL): “I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione”

14 aprile 2008: Per la terza volta in sedici anni, una coalizione guidata dall’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi vince le elezioni.

20 aprile 2008: Marco Tedde, sindaco di Alghero in quota PDL, chiede formalmente alla banda cittadina di non suonare il motivo partigiano “Bella Ciao” ma di limitarsi al meno compromettente Inno di Mameli.

21 aprile 2008: Il sindaco di Milano, Letizia Moratti (PDL), annuncia che quest’anno non sarà presente alla storica celebrazione della Liberazione dal nazifascismo. E’ la prima volta che a Milano, città medaglia d’oro per la Resistenza, un sindaco non partecipa alle celebrazioni del 25 aprile. Due anni fa la Moratti aveva sfilato per le strade accompagnando il padre partigiano in sedia a rotelle.

22 aprile 2008: a pochi giorni dal ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma, Gianni Alemanno (PDL), (ex-ministro, ex-missino, ex-fascista che porta con orgoglio al collo una croce celtica) contratta con Francesco Storace (la Destra) l’appoggio necessario a superare i voti di Rutelli. Per la prima vola Roma potrebbe essere governata da un politico che fino a pochi anni fa si dichiarava orgogliosamente “fascista”.

23 aprile 2008: Rodolfo Longoni, segretario di Forza Italia, per il comune di Agrate, diffonde un comunicato stampa in cui annuncia che il centrodestra cittadino non parteciperà alla manifestazione a causa della sua etichetta “partigiana e di sinistra”. (Fino a pochi mesi fa ero cronista locale, purtroppo mi arrivano ancora simili comunicati)

24 aprile 2008: Il CSA Vittoria, collettivo ormai storico a Milano, annuncia che il consueto presidio non sarà presente in piazza San Babila, in quanto “il movimento non intende dar seguito alla strumentalizzazione politica che sinistra arcobaleno e PD stanno facendo per contrastare la vittoria di Berlusconi”. Parallelamente, a Roma, i movimenti annunciano che si asterranno dal voto per l’elezione del sindaco, in quanto non intendono “dare la patente di anti-fascista a Rutelli”.

 

Mi costa un grande sforzo, ma sto giro mi astengo dal fare commenti.

Sento molta confusione, in giro, una confusione pericolosa. La stessa confusione che porta Gianpaolo Pansa a parlare di “vincitori e vinti”, come in una partita dfi calcio, come se le due “parti” si potessero davvero porre sullo stesso livello.

Vinti. Si parla di Vinti. Come in una qualsiasi guerra, come tra Romani e Cartaginesi, i Romani conquistano Cartagine e ci entrano da vincitori, gli altri abbassano la testa sconfitti, vinti. Poi penso all'Italia, al Fascismo, alla Repubblica Sociale di Salò, all'invasione Nazista, all'esercito Partigiano di Liberazione. Ed ecco che la parola sfodera i suoi artigli, nel giro di poche lettere i fascisti sono passati da dittatori a Vinti, da squadristi a vittime, da sovrani a invasi. E' un meccanismo perverso, silenzioso, che scavalca l'attenzione più in fretta della memoria storica, ti salta al collo e chiede pietà. I Vinti suscitano tenerezza, compassione, i Vinti non possono confondersi con gli oppressori, non possiamo permetterlo. In italia c'è stata una dittatura, una DITTATURA, ragazzi, con tanto di assassinii, soppressione della libertà di stampa e leggi razziste. Parliamo di regime allora, di errori storici, di vergogna.

Chiamateli disgraziati, se proprio volete.
Ma mai, ne oggi ne in futuro, non vi azzardate mai a chiamarli
Vinti.

 

Non so voi, ma io domani sarò in piazza.

Come ogni anno, del resto.

postato da: azaleamorse alle ore aprile 24, 2008 20:00 | link | commenti (3)
categorie: politica, storia, memoria, resistenza
venerdì, 18 aprile 2008

racconti

Epifania



(E' un periodo di attese dopo la semina, come sempre del resto. Il secondo travaglio sta mantecando nel cassetto e mi tocca farlo riposare un mese prima di metterci mano. Dall'alto nessuna pressione "prenditi il tempo che vuoi", dal basso un prurito costante alle mani. Non avendo altro da fare, passo a sistemare roba vecchia. Chiedo perdono ma non ho alcuna idea di come gestire decentemente un blog, di passare alla versione Pro non se ne parla, quindi lo posto tutto qui, senz'anteprima. Regalatemi un "Blogging for Dummies", ve ne sarò grato. )


Nella sua vita, ogni cosa accadeva a velocità costante.


Dario Valenti ne ebbe la certezza in un tardo pomeriggio di un qualunque giorno di Novembre. La verità lo colpì come un cazzotto tra le costole, d’un tratto faticò a respirare, la vista si annebbiò e Dario dovette sedere sulla poltrona gialla in salotto senza nemmeno trovare il tempo di levarsi il giaccone.

            “E’ tutto, tutto così…” non riuscì a terminare la frase, ogni parola gli costava una fatica indicibile. Pressione bassa? Carenza di zuccheri? Possibile, ma in cuor suo Dario sapeva, ne era certo, che non c’era nulla di fisiologico in quello che stava provando. Era una rivelazione, una consapevolezza che non gli apparteneva, che arrivava da fuori.

Un’epifania.

            Una goccia di sudore gli attraversò la fronte. In casa pareva ci fossero cinquanta gradi, si levò nervoso la sciarpa e la lanciò sul tavolo, mancandolo. Dall’ingresso filtrava l’aria umida e fredda delle sei di sera. Prese un lungo respiro e si sollevò dalla poltrona per chiudere la porta di casa. Era solito chiudersi dentro a quadrupla mandata, ma questa volta la lasciò aperta di proposito.

            Era sicuro di avere ancora una sigaretta nel giaccone, aveva sempre un pacchetto di Gauloises mezzo pieno dal quale attingere, infilò la destra nella tasca interna e lo trovò. Si accese nervosamente la Gauloises e lasciò cadere a terra il giaccone.

            Lentamente, la sensazione si affievolì, in modo graduale, a velocità costante, dopo qualche boccata Dario ebbe la certezza di stare meglio. Ma in qualche modo, quella verità lo appesantiva ancora.

            Ma cos’era stato? Mentre il fumo saliva in strette colonne, oscillando sotto la luce del lampadario, Dario si sforzò di ripercorrere gli eventi che lo avevano portato a rantolare dall’ingresso di casa fino al divano. Aveva cercato le chiavi di casa frugando fra le cartacce degli snack che aveva accumulato nei tasconi, quando un pensiero aveva cominciato a stuzzicarlo. Niente di così importante, era ovvio, una di quelle che Lynda avrebbe etichettato come “masturbazioni da filosofo mancato”. Una frase carina, azzardata, ci aveva giocherellato per qualche secondo, il tempo di infilare la chiave, la più lunga del mazzo, nella toppa, girare quattro volte in senso antiorario e abbassare la maniglia squadrata e gelata…

            Era allora che aveva capito.

            Nella mia vita, ogni cosa accade a velocità costante.

Ora, a mente lucida, mentre si levava le Adidas rosse e le appoggiava sul calorifero che buttava una quantità spropositata di calore in tutto l’appartamento, quella frase non gli diceva poi molto. Pensoso, Dario continuò a ripetersela in testa mentre calpestava il parquet della cucina, mentre apriva il frigo Candy e prelevava maionese e grissini, mentre sedeva al tavolo bianco di compensato, davanti all’ultimo spiraglio di un sole in tramonto assassinato da nuvole opache. Ripeteva quelle nove parole, le analizzava, le invertiva, le sostituiva, cercando in qualche modo di risalire all’epifania che l’aveva quasi fatto svenire non più di dieci minuti prima.

Eppure quella frase doveva essere uscita da qualche parte, non poteva essergli cascata in testa come la mela di Newton, no, doveva essere frutto di un ragionamento, di una delle sue “masturbazioni”. Dario chiuse gli occhi, visualizzando la sua immagine mentre apriva la porta di casa. Era lì che aveva iniziato a prender forma la frase, a partire dalle sole parole, appiccicate qua e là come il testo una canzone che non si ricorda. Ma a cosa stava pensando prima?

Cosa aveva fatto prima?

Dario si bloccò con la bocca spalancata, l’eco di quell’interrogativo che ancora fischiava in testa. La lampada sopra il tavolo in cucina sfrigolò nervosamente prima di stabilizzarsi.

Davanti a i suoi occhi immobili c’era ancora l’immagine di lui sul pianerottolo, intento ad armeggiare nella tasca alla ricerca delle chiavi di casa. Ma cosa c’era stato prima? Prima di quell’istante, prima di quel pensiero? Erano domande ovvie, che nemmeno meritavano di esser poste. Eppure, non riusciva a fornire risposte certe.

Dev’essere la stanchezza, si disse Dario, otto ore in laboratorio, ad annusare i fumi dei lieviti, a consumarmi la vista sulle tacche invisibili dei Becher, ovvio che il cervello mi va in acqua.

Acqua. Aveva bisogno di bere. Spalancò di nuovo la porta del frigo, ci cacciò dentro il tubetto stritolato della maionese e quel che rimaneva dei grissini. Mando giù quasi un litro intero di Vichy.

Meglio.

Nella mia vita, ogni cosa accade a velocità costante.

            Incapace di frenare i pensieri, Dario tornò in soggiorno, spense i caloriferi e spalancò la portafinestra. Uscì sul balcone scalzo, calpestando delle piastrelle tanto fredde da incollarsi alle calze di spugna. Lì fuori, con l’aria frizzante a rischiarargli le idee, si costrinse a ripercorrere le ultime due ore della sua vita.

            L’impresa, per quanto banale, gli risultò impossibile. Era come se la pellicola dei suoi ricordi fosse stata tagliata di netto, impedendo al proiettore di proseguire il percorso a ritroso.

            Non si trattava di amnesia, questo era il vero guaio. Dario sapeva cosa aveva fatto quel giorno, lo sapeva con esattezza. Sapeva che la sveglia aveva suonato alle 7.15, sapeva di aver masticato controvoglia due biscotti di segale e un quadrato di cioccolato fondente. Sapeva di aver preso il treno delle 8.07 e che in venti minuti aveva raggiunto l’Università. Sapeva che aveva percorso i pochi metri che lo separavano dalla facoltà di Biologia con la testa china sul giornale appena comprato, che aveva indossato il camice e che aveva controllato almeno venti volte lo stato delle colture di lievito su terreno liquido. Quel giorno Dario aveva masticato un panino alla salamella in un quarto d’ora scarso di pausa pranzo, aveva sonnecchiato sugli appunti di Immunologia e aveva salutato i suoi compagni di corso con un sorriso stanco e una battuta sull’ultimo Dylan Dog. Poi era tornato in stazione, ovviamente, e ovviamente aveva preso il treno delle 17 47, quello dove era impossibile trovare posto. Era ovvio che aveva guidato fino a casa, magari in dormiveglia, con un occhio chiuso e uno aperto, rischiando ad ogni curva di investire una passante carica di borse gialle dell’esselunga, ma Cristo: doveva averlo fatto! Doveva aver parcheggiato la macchina nel box, in retromarcia, doveva aver chiuso la porta del guidatore e aperto quella dei sedili posteriori, per riprendere il tascapane, issarselo in spalla e percorrere i pochi metri che lo separavano dalla sua scala. Sapeva di aver salito le scale, e di non aver preso l’ascensore, sapeva tutto ciò, nei minimi dettagli.

            Dario lo sapeva. Solo, non riusciva a ricordarlo.

            Setacciò la sua memoria millimetro per millimetro, maniacalmente, le palpebre chiuse con tanta forza da tremare contratte. Era impossibile che la sua mente non avesse registrato quello che aveva fatto quel giorno. Doveva esserci un’immagine che testimoniasse che lui, il Dario Valenti presente, avesse realmente trascorso la giornata che sapeva di aver trascorso. Eppure, Dario riusciva solo a collezionare immagini neutre, che potevano appartenere ad oggi come a ieri, come a una settimana prima. Ricordava di aver spalancato la porta del box, e di averla trovata sporca di fango, ma era un ricordo vecchio una settimana. Ricordava di aver incontrato un amico logorroico che, per fortuna, era riuscito a evitare dai tempi del liceo, ma era pronto a giurare che non lo aveva incontrato oggi. Ricordava un cane che gli aveva attraversato la strada di colpo, costringendolo a una brusca sterzata a sinistra, ricordava di aver visto morire una coltura su terreno solido e di averlo  nascosto all’assistente di laboratorio, ricordava una donna svenuta mentre aspettava il treno, un tizio vestito da donna, una pazza che insultava tutti i passeggeri che entravano in una metropolitana. Dario ricordava un sacco di cose, nei minimi dettagli, ma non ricordava nulla che fosse accaduto quel giorno. Quelle immagini, quei ricordi, erano cartoline senza data, fotografie cadute da album diversi, impossibili da collocare cronologicamente.

            Ebbene, che problema c’era? Conduceva una vita regolare, ordinata, piena di ritmi e scadenze, era ovvio che un giorno si confondesse con l’altro…

            Nella mia vita, ogni cosa accade a velocità costante

Ancora quella frase. Era una considerazione ovvia, per Dio, lapalissiana. Come dovrebbero andare le cose? Quante velocità dovrebbero esistere? Per un attimo, Dario sorrise di gusto nell’immaginarsi la vita come un’alternanza di moviole e accelerazioni alla Benny Hill.

Sul balcone cominciava a fare troppo freddo. Rinfrancato da quelle semplici considerazioni, Dario tornò in soggiorno sfregandosi le mani sulle braccia.

In televisione trovò una replica del Sarchiapone di Walter Chiari e lo amplificò a tutto volume per riuscire a sentirlo in bagno mentre si faceva la barba.

            Il contatto dell’acqua bollente sulle mani congelate faceva uno strano effetto. Ben presto il bagno si riempì di vapore, lo specchio si appannò nascondendogli la sua immagine. Agitò la bomboletta e vuoto metà della schiuma sulle guance.

            A pensarci è abbastanza avvilente, riflettè mentre passava il rasoio sulle basette, il fatto che non riesca a ricordare una sola cosa di questa giornata significa che è stata particolarmente banale. Provò a sorridere, ma gli riuscì difficile. Perché? Perché si sentiva tanto inquieto? Il medico parlava di alimentazione scorretta e poco sonno, ma erano solo scuse, se non riusciva a darsi pace doveva esserci un motivo. Erano normali le giornate monotone, mica poteva sempre aspettarsi colpi di scena come nei film, faceva parte della vita. Chissà quante altre ne avrebbe passate, chissà quante ancora non sarebbe riuscito a ricordare…

            Già, chissà quante.

            -cosa tiene lì dentro, signore?

            -oh, è il sarchiapone americano, conosce vero?

            Ieri ad esempio. Si ricordava cosa aveva fatto solo un giorno prima, per forza, era facile: ieri aveva…

            Panico, nella sua memoria la giornata di ieri si dispiegava come una fotocopia di quello stesso giorno. Assolutamente neutra e sovrapponibile a qualunque altra giornata. Il sorriso forzato svanì dalle labbra di Dario, mentre lasciava cadere il rasoio nell’acqua tiepida del lavandino.

            Nella mia vita, ogni cosa accade a velocità costante.

            Se ogni cosa si svolge alla stessa velocità, vuol dire che ogni cosa ha un tempo definito, ogni evento è programmato, ordinato, disposto secondo una scaletta precisa. Ovvero: nella mia vita, accadono sempre le stesse cose. La mia vita accade a una velocità costante. La mia vita è un continuo ripetersi di eventi. La mia vita è ferma, congelata in una coazione a ripetere, un serpente che si morde la coda. Non va da nessuna parte, non si evolve. Questo significa…

            Dario si sentì cogliere dalle vertigini, smarrito, barcollava sui talloni sorreggendosi a fatica al lavandino. Gli veniva da vomitare.

            Lentamente, respingendo i conati che gli squassavano la laringe, si accasciò a terra, raggomitolandosi in posizione fetale.

            Che cosa mi sta succedendo? Da quanto vado avanti così?

Le vertigini crescevano, e anche chiudendo gli occhi la situazione non cambiava.

            Fermo Dario, si impose, razionalizza. E’ l’università, un periodo di transizione, una routine disumana e alienante, certo, ma di transizione. Pensa, ricorda, la tua vita non è solo questo, hai tante altre cose: dei genitori, degli amici, una ragazza.

Lynda.

            Lynda quel giorno gli aveva mandato un messaggio, come ogni giorno all’ora di pranzo. Cosa aveva scritto? Poteva rileggerlo? Probabilmente no, cancellava sempre i messaggi dopo averli letti. Trasse lunghi respiri, il cuore si sarebbe calmato, i conati passati, si sarebbe alzato con calma lasciando il sangue libero di arrivare al cervello. Avrebbe chiamato Lynda. Lei era la sua salvezza, lo era sempre stata, in tutti quegli anni ogni volta che si smarriva era lei che lo aiutava a ritrovarsi. Un amore forte il loro, così forte da resistere negli anni…

            Esatto: anni. Da quanti anni stavano insieme?

            Dario spalancò gli occhi. Non lo ricordava. Aveva l’impressione di averla sempre avuta al suo fianco. Il che era assurdo perché l’aveva conosciuta solo al liceo.

Già, ma quando?

In terza, forse in seconda… Sicuramente non in prima.

Sicuramente?

Immagini dal suo passato vorticavano senza posa davanti ai suoi occhi, ricordi da bambino e da adolescente, da universitario, e lei era sempre lì, a sorreggerlo prima che cadesse. Non era possibile. Era sicuro di aver conosciuto Lynda al liceo, erano capitati in classe insieme, perdio! Eppure nei suoi ricordi, Lynda figurava sempre. Non come immagine, come sensazione.

Ricordare le sensazioni, era quello il processo più difficile. Dario si vedeva da piccolo con la sua bicicletta, il suo primo ginocchio sbucciato, e ricordava chiaramente di esser stato consolato da Lynda. Un salto in avanti: i suoi 14 anni, aveva infilato una mano sotto la gonna di una sua compagna in terza media e aveva rimediato il suo primo, amaro ceffone. Anche in quel caso, ricordava di essersi sentito in colpa, di aver pianto per il rimorso, di essersi sentito un verme, un porco, un peccatore, fino a che non aveva confessato tutto a…

No, era semplicemente assurdo, quei ricordi non potevano essere veri, erano contrari a ogni logica!

Si sollevò da terra, schizzò in soggiorno e compose il numero di Lynda (per un attimo pensò che se avesse fatto caso a quali doveva schiacciare, l’avrebbe sbagliato).

-Pronto?

            -Lynda!

            -Ah, eccoti, mi sembrava!

            -Mio Dio, Lynda! Grazie al cielo sei in casa. Ho bisogno di te! Ascolta, ascoltami…

            -Dario calma, se è per ieri puoi anche finirla. Stavolta non te la perdono…

            -Ma che dici? Ascolta, è una cosa seria, so che ti sembrerà assurdo. Ma devi dirmi esattamente quando ci siamo conosciuti!

            -Vaffanculo, Dario  - (click)

            -Lynda!?

            Aveva riagganciato.

            Ancora una volta, Dario respirava a fatica. Si guardò intorno brevemente, poi artigliò il giaccone e si proiettò fuori di casa. In strada si allungavano file di auto incolonnate dalla tangenziale. La solita gente che tornava dal solito lavoro, negli abitacoli parlavano ai cellulari e canticchiavano parole di canzoni che non sfuggivano ai finestrini sigillati.

            Conosceva Lynda da tanto, questo era sicuro, ma come poteva aver dimenticato il momento del loro incontro? Era forse perché si vedevano ogni giorno da anni? Anche la loro relazione accadeva a velocità costante? Ebbe la scomoda sensazione che se avesse cercato di risalire ai ricordi degli anni passati con Lynda avrebbe trovato lo stesso malloppo di immagini senza data che rappresentava la sua vita.

            Calpestava furente i marciapiedi sconnessi dalle radici delle querce. Ogni viale era incorniciato da quelle strisce di asfalto sconnesse, e a pensarci bene lo erano sempre stati. Per quanto sarebbe durata quella pazzia? Per quanto avrebbe continuato a vivere la stessa sequenza di eventi, a ripetizione?

            Camminava di gran lena, casa di Lynda non distava molto dalla sua. Intanto faceva mulinare il cervello all’impazzata. La sua testa ormai scoppiava per il mal di testa, ma non per questo Dario smetteva di riflettere, anzi, aumentava il ritmo delle elucubrazioni, quasi per punire quella mente difettosa, per averlo trasformato in una fotocopia di un se stesso qualsiasi, capace solo di ripetere le stesse cose per l’eternità.

            Non aveva mai tradito Lynda, perché? Facile, non aveva mai conosciuto altre ragazze, o meglio, non ne aveva conosciute dopo Lynda, come se una volta messosi con lei quel particolare settore della sua esistenza avesse raggiunto uno sviluppo ottimale, e si fosse di conseguenza cristallizzato.

            Riempiendosi i polmoni di aria gelida, Dario trasalì. Questo significava che non avrebbe più conosciuto un’altra donna. Ma certo, perchè non faceva parte del piano…

            Piano, quella parola suonava paurosamente corretta. Dunque c’era un piano. Qualcosa, qualcuno, aveva decretato che Dario Valenti dovesse compiere un certo percorso, e una volta raggiunto il binario giusto, iniziasse a percorrerlo all’infinto, in un moto circolare uniforme. Ecco il perché di quelle sensazioni, ecco perché ogni giorno si sovrapponeva all’altro.

            Un piano, certo, come aveva fatto a non pensarci? Dario riuscì finalmente a sorridere. Accelerò il passo.

            Doveva raggiungere subito Lynda, parlarle, costringerla a capire, costringerla a vedere. Se davvero esisteva un Piano, non era previsto che Dario lo scoprisse, non era previsto che Dario sapesse. Ma Dario sapeva. E a ogni passo capiva qualcosa in più.

            Perché chi aveva scritto quel piano aveva lasciato una falla aperta, ed era bastato spingere un po’ sulla crepa per aprirsi un varco. E allora Dario capiva che non poteva fidarsi di quello che vedeva, ancora meno di quello che ricordava. Se i suoi ricordi erano così vaghi, sovrapponibili, neutri. Se il ricordo delle sensazioni passate era così grossolanamente falso, allora quei ricordi non erano veri, non appartenevano a lui. E allora era per quello che la realtà non veniva processata dalla sua memoria, era per quello che aveva smesso di accumulare ricordi…

            Dario si bloccò in mezzo alle strisce pedonali, sopra di lui il semaforo lampeggiava verde. All’istante una Clio rossa iniziò ad abbaiare il suo clacson, seguita a ruota dal serpente di auto in coda.

            Il fatto era che quello che vedeva non era reale. Si trattava di una simulazione. Ma certo, per questo la sua memoria non la riconosceva, per questo non riusciva a ricordare! Lui era vivo, questo lo sapeva, ma non era in quella strada, su quelle strisce, davanti a quelle macchine. Oltre i vetri appannati di quella Clio sedeva la proiezione di un giovane stempiato, e nemmeno riprodotta tanto bene. Dario esisteva ancora, da qualche parte, in un altro posto. Ma una cosa era certa, non era a Dario che quelle macchine stavano suonando.

            E Lynda?

            La risposta era semplice. Correva già da un’ora (o l’equivalente di un’ora in quella simulazione) e ancora non aveva raggiunto la sua casa. Ciò non aveva senso logico, se la casa di Lynda fosse stata così lontana, non gli sarebbe mai passato per la mente di raggiungerla a piedi. La realtà era che non sapeva dove abitasse Lynda, non solo, forse Lynda aveva smesso di far parte del piano.

Era possibile che Lynda non fosse mai esistita.

            Quella prospettiva lo galvanizzava. Lui, Dario Valenti (Era poi questo il suo vero nome?), aveva trovato da solo la verità, lui che da prigioniero si era liberato con le sue sole forze, ora poteva approfittare di questa consapevolezza per essere davvero libero. Perché lo sapeva, Lui, l’entità superiore, lo stava guardando, Lui aveva architettato il Piano, e ora si stava mangiando le mani per la frustrazione. Perché se Dario era ancora lì, davanti a quelle macchine, con il suono dei clacson ad aggredirgli i timpani, significava che Lui non sapeva come agire. Forse Lui non poteva agire.

            EHILA’ MI SENTI?!?” urlò all’improvviso Dario, alzando le braccia al cielo e sgolandosi a più non posso “NON CI STO! NON ACCETTERO’ MAI TUTTO QUESTO!

            Di colpo, i clacson smisero di ululare. La gente negli abitacoli lo guardava, quei robot, quelle simulazioni aspettavano ordini da un Dio che non sapeva più che pesci pigliare.

            Mi senti? Voglio una donna, un’altra donna. Ne voglio tante, mille. Bionde, rosse, possibilmente tutte sopra la terza! Mi hai sentito?

            I motori delle macchine mormoravano piano, in attesa. Dario abbandonò quella posizione e guardò quei guidatori uno ad uno. Probabilmente erano vivi anche loro, ma ancora sottostavano al Piano, Lui aveva ancora controllo su di loro, ed era evidente che non sapeva più che pesci pigliare, dato che nessuno di loro accennava a reagire. Poveri stolti. Dario alzò in cielo il dito medio e li salutò sardonico.

            Riprese a correre. Il mondo, quel mondo finto e rigido, era paralizzato. Ed era solo merito suo. Dario aveva mandato in tilt il Piano, e rimaneva l’unico a possedere libero arbitrio.

            Cosa avrebbe fatto?

            La possibilità di tornare alla vita di sempre esisteva, ma non la prendeva nemmeno in considerazione. Sapeva già cosa sarebbe successo, sarebbe tornato a casa, avrebbe chiamato Lynda, avrebbero fatto la pace. E il giorno appresso si sarebbe svegliato con una memoria restaurata e un cervello in grado di riprendere la solita routine. Certo, Lui sarebbe stato abbastanza furbo da fargli incontrare delle donne, magari gli avrebbe garantito una vita di successi.

            Ma non era questo che Dario voleva, non ora che aveva conosciuto la debolezza del Piano. Se lui da solo era riuscito a congelare quel mondo, in cui migliaia, forse milioni di uomini vagabondavano come ciechi in un cerchio, non poteva certo fermarsi ora.

            Continuò a correre fino ai limiti della città, superati gli ultimi grattacieli distinse l’imbocco della tangenziale da cui partiva la rumorosa colonna di auto in processione. Poco più in là un cavalcavia solcava il cielo sopra l’autostrada.

            Dario aumentò il passo, pensando che se Lui aveva il potere di controllarli, forse poteva decidere della loro vita.

            Non era importante. Se Dario era ancora vivo, voleva dire che Dario serviva al Piano, che la sua vita era importante.

            Gli rimaneva una sola cosa da fare. Corse fino al cavalcavia, sentendo i polmoni scoppiargli di fatica, il sangue che si rifiutava di scorrere ancora nelle vene contratte dallo sforzo. L’adrenalina lo fece sfrecciare su per la scala di ferro battuto fino alla strada sopraelevata, dove alcune macchine rallentavano per unirsi alla coda. Con le poche forze che gli rimanevano, Dario si spinse fino a metà del ponte, qui si fermò, si appoggiò alla ringhiera e guardò giù.

            La superstrada si allungava per chilometri nei due sensi di marcia, a sinistra le macchine sfrecciavano verso la periferia, a destra si incolonnavano nel traffico congestionato delle 7. All’orizzonte brillavano le prime stelle.

Una notte bellissima, per essere finta, considerò Dario, prima di gettarsi nel vuoto.

Sotto i suoi occhi estasiati, le auto sfioravano appena l’asfalto per poi scomparire oltre il ponte. Vedendo l’asfalto che si avvicinava, Dario non chiuse gli occhi, non aveva paura. Lui, non poteva permettersi di perderlo. Lui, non avrebbe permesso che morisse.

Un attimo prima dell’impatto, Dario si chiese se nel vero mondo esistesse una Lynda, e se mai l’avrebbe incontrata.

           



Fabio Deotto   (il pezzo è copiabile, incollabile, postabile, distruttibile previa indicazione dell'autore)
postato da: azaleamorse alle ore aprile 18, 2008 12:14 | link | commenti (4)
categorie: racconti, letteratura
martedì, 15 aprile 2008

italianismi

Nano Fratello



Di parole me ne sono rimaste poche.
Parlare del nano malefico non avrebbe senso. Parlare di Veltroni neppure. Parlare del fatto che questo sarà il governo meno antifascista degli ultimi 60 anni può aver senso ma è ancora troppo presto, mi provoca dolore, un dolore fisico. Un dolore che affonda le radici nei racconti dei miei nonni partigiani, e di tutte quelle altre persone che ora riposano in un silenzio inconsapevole, mentre qui sopra si fan brandelli delle loro esistenze.
Ha vinto la destra dei razzisimi, del “ridimensioniamo il peso della Resistenza nei libri di scuola”, del “Mangano eroe”, del “con la mafia dobbiamo convivere”, del “non pagare le tasse è morale”, dei “repubblichini” e dei Piduisti. Un’Italia tricolore con il verde all’occhiello, il rosso e il bianco a far da pannolone. In questa Italia ha vinto chi non legge, chi non si informa, chi non studia, chi non si preoccupa, l’Italia miope che aguzza la vista solo fino ai confini del proprio orticello. In questa italietta ha vinto la destra del “sono trent’anni che non leggo un romanzo, e sono il più grande editore del paese”, hanno vinto quelli della Roma Ladrona e quelli dell’odore di santità, è un Italia superstar, dove tutti sono veline e calciatori, e chi non lo è spera sempre di diventarlo. L’Italia del meno peggio, del padroni in casa nostra, del federalismo fiscale e del condono edilizio.
Una sconfitta secca, precisa, che non lascia scampo a opinioni. Forse il primo vero fatto politico da anni a questa parte. E questo, probabilmente, è un bene. Ora non ci sono cazzi, gli italiani hanno espresso il loro voto e ora dovranno guardarsi allo specchio, affrontare il lato oscuro della propria essenza, quello che si cerca sempre di tenere dietro la schina, nascosto, quello che viene fuori solo durante le peggio sbronze, o negli incubi stanchi e nelle disperazioni sfibranti. L’italia si appresta ad affrontare cinque anni di sbronza molesta, è pronta a tirar fuori il proprio peggio, e se lo merita. Montanelli parlava di “vaccino”, “gli italiani devono provare almeno una volta Berlusconi, per diventarne immuni”. Questa volta è la terza, e gli italiani immunizzati non lo sono affatto. E allora io credo Montanelli in fondo avesse ragione, ma che avesse sbagliato i calcoli. Berlusconi, fino ad ora, lo abbiamo solo intravisto. Con questa 16esima legislatura lo inoculeremo appieno, ci entrerà dentro e noi potremo chiudere gli occhi e trovarlo dentro di noi, incorporato, latente, istituzionalizzato. Un piccolo Grande Fratello, anzi un Nano Fratello che ci sorriderà dal più profondo dei nostri strati, trionfante, ammiccante. E allora penseremo anche di poterlo amare, torneremo in mensa e guardaremo gli altri cittadini mettersi in fila per il pranzo, apprenderemo che la nostra Giulia è stata riformata ma la cosa, incredibilmente, non ci tangerà. Innamorati del nostro lato oscuro guardaremo l’Italia e la troveremo perfettamente simile a noi, non ci saranno dubbi, ne remore a sbarrarci la strada verso il sorriso. E’ un processo di tabula rasa culturale silenzioso, sotterraneo, accompagnato dal ronzio impercettibile dello schermo televisivo.
Oppure,
Oppure arrivati al fondo rinunceremo a scavare. Prendere contatto con la parte più bassa di noi, con quella fanghiglia marcia e autoalimentante che ci ha ridotti in schiavi, ci farà sentire il bisogno di guizzar fuori dalla pentola che da tiepida si sta facendo rovente. Ci pasceremo della sozzura fascista ancor più che durante il ventennio. E se tutti, e intendo tutti, arriveremo a percepire questa condizione, se tutti vedremo in faccia il mostro bavoso che alberga dentro noi italiani...
Allora ci sarà speranza

Almeno per chi sarà sopravvissuto
postato da: azaleamorse alle ore aprile 15, 2008 12:10 | link | commenti (1)
categorie: politica, storia, memoria, attualità, berlusconi, società, veltroni