...nato nella brianza grigia, contea situata nelle prossimità dell'ancor più grigia Milano. Cresciuto in suddetta contea, matura passioni inconciliabili col benpensare della comunità . Prende in mano chitarra, carta e penna, si improvvisa musicista, scrittore, libero pensatore. Raggiunta la maturità scientifica la comunità lo spinge subdolamente a improvvisarsi biotecnologo. Ci riesce nel Novembre del 2004. Sottrattosi alle grinfie del sistema istituzionalizzato fatto di rotaie unidirezionali abbandona la carriera di scienziato a favore di una passione illecita: scrivere. Nel dicembre del 2004 si inchioda ad una sedia, sotto lo sguardo accecante di un foglio vuoto di MS Word. A quasi quattro anni di distanza stacca le dita dalla tastiera, solleva la testa e scopre di aver per le mani due romanzi e una ventina di racconti.... Tutt'ora, mentre manoscritti con la sua firma intasano le poste, lui si aggira per la rete sotto lo pseudonimo di Faz... ((fabio.deotto@tin.it))
Eddai, scrivi un western...

sul numero di agosto di LINUS c'è un mio racconto. Si intitola "La Pozza", ed è un western. Esatto, avete capito bene. E dire che io, il western, l'ho sempre odiato, perché "solo gli imbecilli si divertono a vedere film fatti con un solo colore (il marrone)". Il fatto è che i mattacchioni di Eleanore Rigby mi hanno lanciato una sfida ("Scrivi un western, dai" - "Ma io odio i western" – "Appunto") per il loro prossimo numero monografico sul western. Ho accettato. Non sapendo bene dove puntare la canna, di racconti ne ho scritti tre, uno è finito su Linus (a proposito, grazie Matteo B. Bianchi, grazie ALE+ALE per le illustrazioni, e a Danilo Deninotti per l'editing), l'altro lo trovate qui sotto. Il terzo probabilmente continuerà a prendere polvere in una cartella del disco duro.
Oggi parto per San Francisco, che per me è la cosa più vicina a un luogo di culto, spero vivamente di non tornare.
Non è la faccia.
Sono le costole che inarcano il petto. Sono le suole degli stivali ben piantate a terra. Sono i muscoli delle spalle che accompagnano rilassati la curva naturale della tua schiena. È il modo in cui tieni sollevato il mento.
Tutto conta, meno la faccia.
Se non riesci nemmeno a tenere il volto al riparo dalle emozioni, allora non metterti nemmeno a giocare.
Il fatto è che tu nel gioco ci sei già. Ed è un problema. Perché l'uomo che stai per affrontare ha ucciso intere generazioni di cristiani. E tu sei un semplice impiegato delle poste che stamattina si è dimenticato di caricare la Colt.
Senza abbassare lo sguardo visualizzi il calcio della pistola che spunta dalla tua fondina, il grilletto e la canna, nuovi fiammanti. Il tamburo tragicamente vuoto.
Non una sola pallottola.
Segretamente, cominci a pensare di aver fatto una cazzata.
Avresti dovuto pensarci due volte prima di sfidarmi. Avresti dovuto lasciarmi fare, con la troietta. Cosa ci voleva? Richiudevi la porta, facevi un passo indietro e aspettavi che mi fossi svuotato per bene. E invece no, hai voluto fare il grand'uomo, hai voluto la sceneggiata, hai voluto che finissimo in strada. Così ora mi tocca ammazzarti.
Maledetto imbecille. Pensi sia la prima volta? Non è la prima volta. E se ne sono uscito vivo tutte le altre, cosa ti fa pensare che mi farò impallinare ora? Ma che cazzo avete nel cervello voi allocchi di città?
Ecco, è mezzogiorno. Avanti, prendi in mano quella pistola e diamoci una mossa che ho fame.
Le campane alle tue spalle battono il dodicesimo rintocco. La gente intorno a te ha gli occhi chiusi per il forte vento, assistono alla scena schermandosi i faccini puliti della domenica con la manica della camicia.
Davanti a te c'è un uomo magro, ingobbito. È brutto da far spavento. Il suo volto ti ricorda quello di una carogna che hai visto appallottolata fuori dal recinto dei Moresco, solo due giorni fa. Il fattore aveva sorpreso lo sciacallo in mezzo alle piante di mais, tra i denti aveva ancora i resti di un gallinaccio smagrito. Lo aveva legato allo steccato con una fune, poi l'aveva riempito di randellate finché non aveva sentito lo schiocco del cranio che cedeva sotto i colpi del legno.
Non sai se anche quest'uomo è stato bastonato da un contadino poco avvezzo al dialogo. Quello che sai è che gli manca un occhio, il destro, e che nonostante questo in città lo chiamano Falco. Dicono sia capace di spiumare un copricapo Navajo a mezzo miglio di distanza, con un cielo senza nuvole e la traiettoria libera.
Quello che sai è che in un duello vince chi spara per primo.
E difficilmente oggi ci saranno eccezioni alla regola.
Cosa aspetti a sparare? Te la fai sotto, sbarbato? Naturale. Sono tutti bravi ad alzare la voce e fare gli scimmioni, quando uno ha le braghe alle caviglie e l'uccello in umido. Poi una volta in strada tremi come un coniglio. E intanto io ho le palle che mi scoppiano.
Laura ti aveva pregato di non farlo. I suoi occhi ti avevano implorato di lasciar perdere, mentre il culo peloso del Falco la spingeva avanti e indietro contro il tavolo della pensione. Ora la vedi seduta tra la polvere di un patio, gli occhi pesti di lacrime, la mano piena di graffi premuta sulla bocca. Ha l'aria di chi vorrebbe maledirti. Eppure è lei che ha insistito perché ti trasferissi in paese. Questione di una settimana e ci fai il callo, aveva detto.
Non ce n'è stato il tempo.
Torni a concentrarti sull'uomo che hai davanti. Il Falco sembra nervoso. Lui, che ha la pistola carica e il cane abbassato. Ruota le dita, balla sui talloni, la sua fronte si contrae ritmicamente in un intrico di rughe. Forse è colpa di un tic, forse di anni di alcolismo.
Non importa. Lo sai, la faccia non conta.
Avanti! Cos'è che stai guardando? È per via dell'occhio? Pensi ne servano due per usare bene una pistola? No, gli occhi non servono. Serve essere fottutamente veloci. E sapere aspettare. Pazienza, devi ripetere dentro di te: pazienza. Devi resistere e non toccare quella cazzo di pistola finché l'altro non tira fuori la sua. È allora che capisci se hai a che fare con un novellino o con un dannatissimo pistolero col vestito della festa. Da come si muove puoi capire se premerà il grilletto a casaccio oppure se punterà al cuore. E in quell'istante ti giochi tutto. Puoi anche non valere uno sputo in un barile, come tiratore, ma se sei veloce come lo sono io puoi seccare il tuo avversario senza dargli il tempo di fare fuoco.
Certo, grand'uomo, che se non ti muovi va a finire che mi passa anche la voglia di scopare.
Intorno a voi la gente incomincia a spazientirsi. C'è mezzo paese in strada e tutti aspettano di veder finire il duello per sedersi a tavola. I bambini che sgomitano tra le gambe degli adulti, le puttane che sorridono da un balcone alla tua destra, il barman con un paio di clienti poco sobri al seguito. Tutti borbottano ansiosi, vogliono lo spettacolo che è stato loro promesso, vogliono sentire l'odore del sangue che macchia la terra, vogliono poter ingoiare i loro bocconi senza pensieri.
Il loro vociare ti circonda. Tu non lo senti. Ogni centimetro della tua pelle è teso in una finzione senza speranza. Perché è l'unica cosa che ti resta da fare: fingere. Perché per uscire vivo da questa storia devi sperare che l'altro si convinca che sei un osso troppo duro. Che sei così tranquillo perché sei un asso del tiro a segno.
Non rischierà la vita per una scopata. Lascerà perdere.
Non è con la sua forza che ti devi confrontare. Ma con le sue debolezze.
Aspetta…
Guarda che bella pistola ti esce dalla cintura! E guarda l'impugnatura com'è pulita, sembra nuova. Sarà perché non l'hai mai usata? Già… E se non l'hai mai usata non sarai nemmeno abituato a caricarla.
Sei per caso a corto di pallottole, grand'uomo?
Magari è per questo che non ti decidi a sparare.
Ho ragione, vero?
Il guercio improvvisamente sorride. Tu invece non alzi un sopracciglio. Sei immobile, statuario. La tua espressione potrebbe essere quella che avrai in letto di morte.
La menzogna richiede una precisione assoluta. E dal momento che inizi a mentire, ogni sbadiglio, ogni occhiata, ogni parte di te è arruolata nella finzione.
Un po' come quando si bluffa a poker.
Tutti a guardare in faccia l'avversario cercando di tradurla in un full o una coppia di tre. Ma non è la faccia. È il modo in cui tieni le carte, è la posta che lanci sul tavolo, sono le volte che chiudi e riapri il mazzo. Perciò piantala di simulare quell'espressione da duro, non è lui che devi far fesso. Devi far fessa tutta la gente che sta parlottando alle tue spalle, e anche te stesso. Tu non devi recitare la parte del pistolero. Tu devi essere un pistolero. E allora in quella fondina c'è una pistola carica, e tu la sai usare alla perfezione, perché non hai mai perso un duello e certo non perderai contro questo brigante da quattro soldi.
Scommetto che lo stronzo gioca a poker.
Ci scommetto gli stivali con tutti gli speroni, grand'uomo. Sono dieci minuti tutti che te ne stai impalato a fissarmi. Quasi non ti importasse nulla di lasciarci le penne. Cosa speri, che mi intenerisca? Oppure vuoi spaventarmi? Ah, povero illuso. Mi spiace quasi doverti accoppare… Non fosse per quel pezzo di fica che hai spos…
A proposito, dov'è finita? Era seduta sul patio solo un minuto fa. Quand'è che si è allontanata?
Merda, vuoi vedere che me la sono lasciata scappare per colpa tua?
Il guercio smette di guardare verso il patio e ti rivolge un'occhiata furente. Di colpo cessa di ballare sui talloni, le sue dita si bloccano a pochi centimetri dalla fondina. Fa un passo in avanti, afferra la pistola…
No, merda. Non esiste che ti lascio andare, dolcezza.
Dammi il tempo di chiudere i conti con lui e sono subito da t…
Lo sparo squarcia il chiacchiericcio dei paesani imponendo il silenzio in strada.
Il tuo braccio è teso, dalla pistola esce una sottile colonna di fumo.
Il Falco giace disteso a dieci passi da te, la sua mano destra stringe il manico della Colt, la canna scompare per metà dentro la fondina. Sul taschino sinistro della sua camicia comincia ad allargarsi una macchia rossa.
La strada torna a riempirsi delle voci della gente e dei passi affrettati di Laura alle tue spalle. Ti bacia, incredula, ti stringe forte e scoppia a piangere.
Tutto il paese è allibito.
Non ci posso credere.
Ci sei riuscito.
Li hai ingannarti tutti.
Caro Dave Eggers,

Ti scrivo perché è dai tempi di Farehneit 451 che non avevo così paura.
Paura che i libri finiscano a prendere muffa nel dimenticatoio. Paura che scompaiano dalle nostre case. Paura che non ci sarà nemmeno bisogno dei "pompieri" di Ray Bradbury, semplicemente risulterà più economico, ecologico e facile maneggiare un lettore e-book. Lo scorso febbraio Amazon ha presentato Kindle 2, che con i suoi 2 giga di memoria sarà in grado di contenere fino a 1500 libri. Sarà leggero, con un display che imita l'aspetto della vera carta, e pare sia addirittura in grado di "leggersi" da solo, e ad alta voce santiddio. E intanto anche Google si appresta a smerciare e-book.
Ma poniamo anche, Dave, che gli e-book reader non attecchiscano (costano intorno ai 359 dollari, mica bon bon): rimane il problema del calo delle vendite. Con la crisi la gente compra meno libri, e meno giornali. Il New York Times ha dovuto vendere la sede per il crollo delle vendite pubblicitarie. Qui da noi i lettori sono in aumento (2% in più nel 2008), ma rimangono comunque il 40% di tutta la popolazione (in Spagna i lettori sono il 78%).
E poi c'è il problema ambientale. L'editoria libraria è in parte responsabile dei 140.000 ettari di foreste abbattuti ogni anno. L'Italia è uno degli ultimi paesi in fatto di impianti per il riciclaggio della carta. Per fortuna ci sono scrittori che si stanno impegnando per promuovere la pubblicazione di opere esclusivamente su supporto riciclato. Ma questo comporta aumento di prezzo, con prevedibili ricadute sulle vendite.
Per tutti questi motivi concludo questa missiva con un'umile preghiera.
Salvaci,
Super-Dave nostro, che stai a San Francisco.
Dicci che i nostri figli dovranno curvare la schiena sotto zaini ricolmi di tomi scolastici.
Che potremo ancora andare in spiaggia col nostro paperback e riportarlo in albergo umidiccio e spiegazzato.
Assicuraci che i costi della carta riciclata crolleranno al punto da diventare convenienti.
Promettici che potremo ancora fare le orecchie alle pagine, scrivere il nome dell'assassino con la matita a metà di un giallo, vergare dediche strappalacrime sul Piccolo Principe regalato alla prima ragazza.
E non ci indurre in ipertesto, ma liberaci dai Kindle di Amazon.
Amen
Storybook e il romanzo 2.0

(da www.wired.it)
Al suono della parola "scrittore", molti di noi ancora visualizzano lo stereotipo dello scribacchino ottocentesco: un essere inetto alla vita, ingobbito su un'enorme scrivania seppellita di tomi, compendi, dizionari, e fogli secchi d'inchiostro. Ai piedi un tappeto di cartacce appallottolate attorno a un cestino in eruzione. Ce lo immaginiamo rifugiato in un sottotetto lugubre, il volto pallido rischiarato da un moccolo di candela e tra i denti una matita ridotta a mozzicone.
Ma la realtà è che siamo nel 2009, l'inchiostro ormai si usa solo per i biglietti d'auguri e tutti quegli strumenti che un tempo appesantivano la scrivania di uno scrittore, "i ferri del mestiere" come li chiamavano Fruttero e Lucentini, possono essere trasferiti nella memoria a stato solido di un leggerissimo laptop. Questo è ancora più vero da quando gli svizzeri della Intertec hanno messo a disposizione di tutti gli aspiranti romanzieri StoryBook, un software gratuito e open-source per gestire ogni passo della stesura di un romanzo.
StoryBook è una specie di vastissima lavagna virtuale dove il romanziere può appuntare annotazioni, archiviare nomi e biografie dei personaggi. Ogni singolo dettaglio (capitoli, scene, luoghi, personaggi) del romanzo può essere catalogato e archiviato in modo da poterlo ripescare in qualsiasi momento della fase di scrittura. Facciamo un esempio: immagina di stare scrivendo un giallo, sei arrivato alla scena in cui il principale sospettato deve costruirsi un alibi per la polizia e non ricordi più se il tizio in questione avesse partecipato o meno a una festa di addio al celibato (forse aveva dato forfait, forse aveva mangiato un po' di torta e se n'era andato, non ricordi). Non hai voglia di sfogliare tutto il manoscritto per ritrovare la scena: nessun problema, basta accedere al database personaggi e subito il software ti elenca tutte le scene e i capitoli in cui è presente il sospettato, con tanto di ora e data.
Insomma, è uno strumento ottimo per evitare le incongruenze che in un romanzo, di solito, rappresentano una bella gatta da pelare. Ma il tool per la gestione dei personaggi e dei luoghi può essere utile anche in fase creativa. Magari sei al secondo romanzo e vuoi inserire un personaggio del primo? Facile, clicchi sul vecchio database e lo trascini nel nuovo progetto. In questo modo hai immediato accesso a ogni informazione su di lui: chi ha conosciuto, cosa ha fatto, a quale frutto era allergico... come se fosse un paziente nello schedario di un medico.
Certo, c'è chi preferisce scrivere romanzi appollaiato sul sedile di un treno, armato solo di una bic e un moleskine, magari convinto di essere la reincarnazione di Bruce Chatwin. Ma la dura realtà è che i grandi scrittori, del passato come del presente, sono dei cesellatori certosini, dei funamboli del labor limae, che consumano intere giornate per rendere una pagina perfetta.
Prendiamo Vladimir Nabokov, ad esempio. Secondo lui l'ispirazione è un guizzo, un flash inaspettato, "un riflesso in una pozzanghera". Un misero dieci percento del lavoro complessivo. Per passare da una pozzanghera illuminata a un grande romanzo occorrono olio di gomito, pagine martoriate di correzioni e notti insonni. StoryBook non sarà la chiave per scrivere un best-seller, ma può alleggerire il lavoro, e di tanto.
E poi, dato che nel 2009 i ferri del mestiere li puoi chiudere tutti in un software open-source, potresti ancora esaudire il tuo sogno di romanziere pendolare. Ti prendi un net-book, prenoti una cabina dell'ultimo vagone, butti lo sguardo fuori e aspetti che l'ispirazione colpisca una pozzanghera.
P.S.: Piccolo problema: StoryBook è solo per Linus e Windows. Se sei un incorreggibile accolito della confraternita Mac, non disperare, lo scrittore Jerry Seeger ha sviluppato un software simile apposta per Mac.
credit image: http://iminotauri.files.wordpress.com

Lo hanno lasciato fuori, e questa volta non c'è nemmeno stato bisogno di trovare un cavillo burocratico: "è una boutade" hanno detto "la provocazione di un comico" hanno precisato. Loro, che da vent'anni considerano Berlusconi un interlocutore valido.
Hanno chiuso la porta a doppia mandata: "Grillo non entra", manco fosse una festa delle medie, c'era da aspettarselo. Rimane il fatto che la mossa del comico (Siamo sicuri? Qualcuno saprebbe darmi l'esatta definizione di politico?) è la cosa più geniale che sia capitata nel panorama politico da qualche anno a questa parte.
Vi vedo perplessi. Datemi il tempo di spiegare.
Cominciamo dall'inizio. Stiamo parlando delle primarie del Partito Democratico, un soggetto (la "s" toglietela, se preferite) politico nato due anni fa dall'esigenza di sconfiggere Berlusconi che, per inciso, non è mai stato così pontene. Un partito che, nato da PCI e DC, di questi soggetti è riuscito a mantenere una e una sola cosa: la ragion di partito. Un partito lavatrice, dove tutti si possono riciclare, da Pannella a Colaninno, dagli integralisti cattolici ai rossi sbiaditi in cerca di candeggio. Van bene tutti, basta che si tappino la bocca, imparino il copione a memoria e abbassino la testa nella mangiatoia come tutti gli altri. Ecco, questo partito, che in due anni ha collezionato due sonorissime batoste, apre i battenti alle primarie, caccia fuori il suo megafono e si fa mercante di speranze "venghino, venghino, che c'è democrazia per tutti!"
Tutti. Sì, ma a patto che si riconoscano negli ideali del partito. Ora non voglio sprecare troppe parole sulla totale mancanza di ideali di questo "spartito", sarebbe troppo facile. Voglio capire perché tutti questi ex-qualcosa ora hanno così paura della "boutade" di un comico. Se davvero è una provocazione, la cosa più facile sarebbe lasciarlo candidare, dimostrare che gli elettori del PD hanno già scelto il loro leader e lasciare che il "comico" Grillo ritorni umiliato ai suoi web-spettacoli per afficionados, come li chiamano loro.
Cos’è? Hanno paura? E se sì, di cosa?
Allora, proviamo a immaginare che Grillo si candidi, che raccolga le 2000 firme di tesserati necessarie, che faccia campagna per le primarie. Grillo ha un bacino di potenziali voti in continua crescita. Se contiamo la gente che lo ha seguito in entrambi i V-Day arriviamo a un elettorato potenziale di 500.000 persone. Poniamo anche che alle primarie del PD si presentino un milione di persone oltre a quelle di Grillo, su quattro candidati, la possibilità che Grillo superi, anche se di pochi voti, un pompatissimo Franceschini si fanno drammaticamente significative. Soprattuto per un partito che è abituato a manipolare le sue elezioni interne da qualcosa come 50 anni (questo vale per la DC come il PCI, e succede anche nelle sezioni giovanili, l’ho visto coi miei occhi). Di fronte a un pericolo come questo, i dirigenti del PD avrebbero due alternative:
1-Presentare altri candidati, magari giovani e con proposte convincenti, nella speranza che sottraggano a Grillo una fetta di consensi sufficiente ad allontanarne lo spettro.
2-Chiamare in massa l'elettorato "duro" del PD, sventolando lo spauracchio di un "berlusconi di sinistra".
In entrambi i casi si caccerebbero in un bel casino: il PD andrebbe incontro al rischio di veder azzerata la sua inossidabile classe dirigente, si ritroverebbe con nuove implacabili correnti che difficilmente si appiattirebbero sulla linea vuota degli ultimi anni, nel migliore dei casi si dividerebbe in due tronconi. Uno rosa, guardacaso, l'altro un po' più bianco.
Se vi state chiedendo perché io sia così masochista da augurarmi lo smantellamento dell'unico partito che attualmente ha i numeri per arginare i tentativi dittatoriali di Berlusconi, vi rispondo subito.
Il fatto è che il PD oggi non occupan il vuoto che c'è a sinistra, lo presidia. Non avendo un solo contenuto riconoscibile da un elettorato cosciente, quello che fa è stazionare il suo ingombrante cadavere a far la guardia a un vuoto che altrimenti sarebbe a disposizione di un movimento differente, magari autentico, magari in grado di riconquistare i cuori di quanti ormai vanno a votare per "dovere morale" contro Berlusconi. Finché il PD occuperà i banchi del parlamento, ci sarà una grande fetta di italiani che non si sentirà rappresentata, soprattutto per quanto riguarda tematiche importanti come l'etica del lavoro, la laicità , la libertà di ricerca e di stampa (tre occasioni per sanare il conflitto di interessi, tre girate di pollici), le pari opportunità, l'ambiente, l'educazione (qualcuno potrebbe reinserire lo studio dell'evoluzione nei programmi scolastici, please?) e via dicendo...
Per tutti questi motivi penso che il PD sia attualmente il partito più dannoso del nostro parlamento, perché l'unica funzione che svolge è quella di rassicurare gli italiani sulla presenza di un'opposizione che in realtà non c'è. E questo impedisce che se ne formi una autentica, forte e rappresentativa.
Per tutti questi motivi, se Grillo riuscirà a candidarsi, io che avevo spergiurato che mai e poi mai avrei fatto la tessera del PD, andrò a iscrivermi nella sezione più vicina.

Gabriella ha 30 anni, e 24 li ha passati a studiare. Voleva fare il medico, si è curvata sui libri, ha finito in anticipo, la media del trenta, il bacio accademico. “Mettiti il cuore in pace” le hanno detto ieri nel corridoio dove pratica da anestesista “Si sa già chi vincerà il concorso per l’assunzione, è un incompetente, ma ha la tessera di CL”. E non c’è nulla che lei possa fare.
Stefano ha 23 anni, vuole fare il musicista. Studia, lavora, e quello che riesce a tener da parte lo usa per la chitarra, per la band. Un giorno Stefano fa un incidente, il suo polso destro si spezza, all’ospedale lo operano ma qualcosa va storto, gli schiacciano un nervo della mano, “Un errore durante l’intervento” hanno detto, “Tempo due settimane e torni come nuovo”, gli hanno detto. A sei mesi dall’incidente Stefano non riesce ad aprire la mano, solo a chiuderla. E’ impossibile tenere un plettro in quelle condizioni. E non c’è nulla che lui possa fare.
Fino a pochi anni fa, Franco aveva un lavoro, per 18 anni ha curvato la schiena, euro dopo euro ha raggranellato una piccola fortuna. Aveva una fidanzata, voleva comprare una casa, sfuggire al mutuo, ha investito tutto in azioni Parmalat. Oggi Franco è rovinato, la fidanzata lo ha lasciato, è tornato a vivere dai suoi. A 40 anni lavora per 1000 euro al mese. Quelli che lo hanno rovinato vivono nelle stesse ville di prima. E non c’è nulla che lui possa fare.
Krista ha 26 anni. Sette anni fa era a Genova. Era la prima volta, per Krista, insieme al fratello Luca hanno marciato per le strade, hanno cantato slogan no-global, hanno visto tizi bardati di nero dar fuoco alle macchine davanti a un cordone immobile di agenti. La sera del 22 luglio Krista va a dormire in una scuola insieme ai giornalisti stranieri. Nel cuore della notte la polizia fa irruzione, lei corre nel bagno al piano di sopra, si chiude dentro, la raggiungono, la prendono a calci e manganellate, la insultano, le sputano addosso, la portano via in barella. Sette anni dopo la cicatrice sulla fronte di Krista non se n’è andata, ha ancora mal di testa, mentre guarda un tribunale imparziale assolvere il mandati del suo pestaggio. E non c’è nulla che lei possa fare.
A 19 anni anni, Carlo ha imbracciato il fucile e si è unito alla resistenza, ha sconfitto il freddo, la paura, si è gelato le dita sul suo fucile, consumato i denti in notti insonni, ma c’era da liberare il suo paese dai tedeschi, c’era da sconfiggere il fascismo, c’era da fare un’Italia migliore. Oggi Carlo ha 80 anni, e quando parla di fascismo, di liberazione, di resistenza alcuni ridono, altri sbuffano, molti non sanno nemmeno di che parla. E non c’è nulla che lui possa fare.
Massimo è un biologo, lavora a una nuova cura per la retinite pigmentosa, suo fratello a sedici anni ha iniziato a vederci male, il suo campo visivo ha incominciato a restringersi sempre più, fino a diventare completamente cieco. Così Massimo ha deciso di diventare genetista, ha preso una laurea, un dottorato e per 10 anni si è chiuso in un laboratorio. Lo stipendio da fame non gli ha mai permesso di andare a vivere solo, di sposarsi, di farsi una vita. Ma a lui non importava, lui voleva decifrare i geni malati del fratello per trovare un rimedio. Poi il nuovo governo ha tagliato ancora i fondi, prima è saltato lo stipendio di Massimo, poi il laboratorio, ora i risultati di dieci anni di ricerca sono stati svenduti a un laboratorio statunitense che deciderà se e quando utilizzarli. A 36 anni Massimo non ha più un lavoro, suo fratello aspetta un bambino, anche lui potrebbe sviluppare la retinite. E non c’è nulla che lui possa fare.
Se siete una delle persone qui sopra, allora per favore, non leggete questo libro.
“Disoccupate le strade dai sogni. La vita di Ulrike Meinhof” di Alois Prinz.
Caro Oliver Stone,

Per me, W. , è una cagata pazzesca.
La tentazione, vedendo i titoli di coda sovrapporsi all’immagine di un george busha fine carriera che si ingozza di birra e salatini davanti alla partita di baseball, lo ammetto, mi è venuta. Perchè va bene Oliver Stone, va bene l’ottima interpretazione di Josh Brolin, va bene l’idea, il coraggio (grazie al cazzo, sei Oliver Stone) di fare un film biografico su un presidente ancora in carica. Va bene. Il film rimane comunque una cagata.
La domanda è questa: Oliver, dopo JFK, dopo Platoon, dopo Born the 4th of July, come cavolo hai fatto a uscirtene con una pellicola così scadente?
La ricetta è abbastanza semplice: prendi 40 anni di storia americana, comprimili in un film di 129 minuti, per farlo dovrai ritagliare le scene più importanti e appiccicarle insieme con la colla. Già che ci sei contatta un po’ di attori abbastanza rinomati, ma fai in modo che non si calino troppo nella parte, in questo modo potrai dar vita a una lunga sequenza di situazioni improbabili, condite da un’ironia che fa poco ridere. Per fare un esempio: a vedere George W. Bush che decide se bombardare l’Iraq attorniato dai suoi fedelissimi, con una Condoleeza Rice corrucciata dalle labbre tremanti, un Colin Powell che sembra uscito ieri dal corso di politica forense del liceo, un Dick Cheney che per due ore non fa altro che muovere le sopracciglia senza dire un beneamato cazzo ma facendo intendere che forse, magari, non si sa davvero in realtà, però può darsi che lui la sappia più lunga di tutti, sembra quasi di assistere a una recita scolastica nemmeno troppo studiata, il copione perfetto, la resa pessima. Durante tutto il film si ha l’impressione di assistere a una pagliacciata colossale, e non solo perchè George W. Bush passa ogni momento libero a grattarsi le palle, infilarsi le dita nel naso e strozzarsi coi salatini, ma proprio per l’aura di ingenuità incolpevole che ricopre il nostro W.. Ora, Oliver caro, se tu vuoi farci credere che le decisioni catastrofiche di otto anni di amministrazione repubblicana siano da imputare tutte a un figlio di papà alcolizzato troppo stupido per non inciampare nelle sue stesse stringhe, avresti dovuto impegnarti di più. Mi rendo conto che sarebbe stata dura tirare in mezzo entità quali: la Chiesa cattolica, quella protestante, la Massoneria, le lobby del petrolio, quelle bancarie, quelle ebraiche, le imprese sanitarie... Sarebbe stato un suicidio, mi rendo conto, ma è anche vero che nessuno ti ha costretto a fare un film del genere. Ti sei incensato per settimane annunciando che avresti fatto uscire un film contro Bush giusto in tempo per le elezioni. Ebbene, non penso si possa dipingere George W. in una luce più positiva di questa. Se descrivere il presidente peggiore della storia degli U.S. come una scimmia texana rimbecillita è un regalo fin troppo generoso che sottrae verità alla Storia, incorniciare ogni errore di Bush Junior nell’ottica di un’ansia irrefrenabile di conquistare l’approvazione di un padre troppo esigente, no, è veramente troppo.
Renditi conto, Oliver, che in quelle due ore potevo andare in giro per Londra, prendere un double decker, mangiare fish and chips, rilassarmi a colpi di te e biscotti, qualunque altra banalità, tutto pur di non scucire 7.50 sterline per assistere a un baraccone insapore che sembra una raccolta di scene tagliate di un film che Michael Moore per fortuna non girerà mai.
Dalla regia mi chiedono di essere più obbiettivo, e va bene:
-Josh Brolin recita da Dio, e impersona Bush alla perfezione.
Il fatto è che io parlo a te Oliver, non a Josh Brolin. E tu, questa buffonata, potevi risparmiartela.
Dovevi risparmiarcela.
Abbiamo vinto tutti

Non me l'aspettavo. Non in questo modo, non con questa carica.
Non mi aspettavo di sentire la pelle tremare e gli occhi stringersi davanti alle immagini di migliaia di persone con le lacrime agli occhi in tutto il mondo, nella piazza di una delle piu' immortali delle citta' americane, a distanza di soli pochi giorni dall'ultimo attacco americano in medioriente.
Non mi aspettavo di potermi emozionare tanto per l'elezione di un presidente degli Stati Uniti d'America. E questo perche' in fondo io in Obama non ho mai creduto, un fatto di pelle penso, non nel senso di colore, nel senso della sacrosanta prima impressione che ogni individuo di questo mondo ti suscita ogni volta che ti trovi a dorverlo valutare. Non mi sono interessato piu' di tanto a queste elezioni, avevo sperato che Hillary Clinton vincesse le primarie, avevo provato sincera delusione quando le aveva perse, e negli ultimi giorni mi ero ritrovato addirittura a dispiacermi per quello che ai miei occhi non e' mai stato altro che un attempato repubblicano con il culo pieno di pallottole vietnamite. John McCain ha affrontato a testa alta una campagna immeritatamente dura, costretto a nuotare ad ampie bracciate nel mare di merda lasciato da otto anni di amministrazione repubblicana, nonostante i ripetuti tentativi di smarcarsi da Bush, nonostante la determinazione, nonostante una povera zoccola con gli occhiali da porno-segretaria che l'ha abbandonato alla prima difficolta' decisa a scaldarsi i muscoli per ricominciare a correre fra otto anni, nonostante Joe l'idraulico e le acute incursioni da David Letterman, nonostante il busto, la panciera, e quell'andamento ingessato che lo faceva assomigliare ad un omino michelin con l'artrite. Nonostante tutta la buona volonta', per John McCain questa candidatura e' stata come correre la quaranta chilometri con addosso un accappatoio bagnato. Ce l'ha messa tutta, ma ha dovuto capitolare davanti allo sprint inarrestabile della storia.
Retorico, dite? Puo' darsi, ma se ci pensate la retorica e' stata il vero leit motiv di queste elezioni. Come di tutte le altre, del resto. Ma forse, questa ennesima esplosione di raggianti promesse e buoni intenti sara' l'ultima di una lunga serie.
Seguo questi risultati da Londra, seduto al centro di una cucina gelida nella periferia di Westminster, fuori i londinesi scoppiano le polveri del 5th November (remember remeber), negli autobus distinti signori indossano targhette commemorative per i mutilati di guerra, una signora di colore sventola esausta una bandierina a stelle e strisce. Vedo la gente sorridere davati alle prime pagine di quotidiani, i ragazzi Kenyoti che si sbracciano davanti alle telecamere nel giorno che e' da poco stato nominato festa nazionale, vedo i giapponesi, i francesi, i russi e gli australiani, sono certo che anche molti italiani hanno festeggiato questa vittoria con un entusiasmo fatto della stessa pasta di quello che corona i piccoli grandi successi personali. Un entusiasmo diverso da quello delle partite di coppa, delle vincite milionarie e, si', un entusiasmo diverso da quello che anima la politica italiana. Vedo tutto cio' e capisco che questa non e' la vittoria di Obama, non degli americani e nemmeno della popolazione nera. E' una vittoria lontana dal tifo e dai pregiudizi, la prima vittoria che non ha a che fare con la paura, una vittoria figlia dell'ansia di cambiamento e riscatto. Nonostante tutto, una vittoria autentica.
Dico nonostante tutto perche' so bene che anche quelle di Obama sono parole, come lo sono quelle di McCain, che mannaggia a lui ha dimostrato una classe che non gli accordavo presentandosi davanti ai suoi delusi per ricordare loro che la vittoria di Obama in fondo e' anche la loro.
Se non mi aspettavo di commuovermi durante i 16 minuti di discorso di Obama, e' perche' in fondo l'ho sempre considerato nient'altro che un buon oratore, ma se tanti sono capaci di usare le parole per ammaliare, pochi hanno i numeri per tener la testa alta davanti a uno status quo solido come il granito, rafforzato dall'ostinazione di lobby, gruppi di potere e il resto della merda che da tempo immemore imbratta il vertice della piramide.
Ma poi ascolto Obama parlare di "un solo popolo" e un raggio di sollievo comincia a farsi strada fra le pieghe di un cinismo e una disillusione che pensavo destinati solo ad accrescersi. Perche' se e' vero che un battito d'ali di una farfalla a New York puo' provocare un tornado a Pechino, allora le parole di un presidente designato a Chicago possono dar corso a una serie di reazioni nuove, impensate, un vortice di fiducia e speranza che per prima cosa andra' a soffiare dalle parti del corno d'Africa, dove da secoli milioni di individui assistono impotenti allo svolgersi di una storia che li vede sempre e solo dalla parte delle vittime. Se tutte le vittime capiranno di poter essere protagoniste, se questa svolta ci dara' il coraggio di mettere in dubbio tutto quello che fino a ieri ci sembrava inossidabile, allora si'.
Non pensavo l'avrei detto, ma: Si', possiamo cambiare il mondo. Una volta per tutte.

Quanto tempo era che non uscivo da un cinema pensando: “Questo sì che era un bel film”? Sicuramente troppo. Sapevo che prima o poi sarebbe di nuovo capitato di pagare 7 euro per una pellicola che valesse più centesimi di quelli spesi, lo confidavo con la sicurezza cieca di tutti gli ottimisti, ma mai avrei pensato di uscire dalla sala del Warner Village stasera e dedicare il mio stupore a Cristopher Nolan e il suo “Cavaliere Oscuro”. E invece vi posso giurare sui gioielli di famiglia che il nuovo Batman non solo fa impallidire i fasti del miglior Tim Burton, ma addirittura va ad arrampicarsi fino a soffiare sul collo dei film più belli mai visti in tutta la mia vita.
Esagero? Andate a vederlo e giudicate voi.
La giornata di oggi, cinematograficamente parlando, non era iniziata bene. In prima pagina, sulla Stampa, un riquadro intitolava: “Batman è cattivo, e picchia la mamma”. Titolo a mio parere geniale per descrivere la violenta lite tra Bale e la madre che ha portato all’arresto dell’attore proprio nella notte della premiere londinese. Nel leggere una notizia simile non ho potuto trattenere le risate, ma allo stesso tempo la cosa mi puzzava di strumentalizzazione feroce per spingere l’uscita del film che, guardacaso, arrivava nelle sale proprio questa sera. Perciò immaginate voi con che aspettative mi sono seduto oggi al terzo posto della fila G. Massì dai, dicevo tra me, sarà la solita cagata, magari apparecchiata da film pettinato, magari senza i ninja del primo episodio, comunque vada stasera ho bisogno di rilassarmi, perciò al diavolo lo snobismo da critici. Era già successo che pronunciassi una frase simile, prima dell’inizio di un film, si trattava di Cloverfield, e come allora, quando mi sono alzato dal sedile avevo la faccia di chi ha preso un nutrito numero di scappellotti inattesi, per due ore e passa.
E’ bene dirlo subito. Gran parte della sorpresa è dovuta al personaggio di Joker, interpretato più che magistralmente da Heath Ledger. Se il Joker di Nicholson sembrava appena uscito da un mazzo di carte da poker, quello di Ledger è l’esatto contrario. Sporco, spettinato, grufolante, la faccia da ragazzo mai cresciuto imbrattata con un trucco grossolano che lascia intravedere ampie porzioni di pelle. Si tratta di un personaggio scomodo, imprevedibile, fastidioso, ma irresistibilmente vero. Non crediate, il nuovo Joker non è solo risate e abiti sgargianti, la sua arma più efficace è la parola (imperdibile a questo proposito la scena dell’interrogatorio). Joker uccide, Joker scherza, e fin qui ci siamo, ma ha anche il potere di incrinare le certezze di eroi senzamacchia come Batman, Harvey Dent e il commissario Gordon, il nuovo Joker riconosce l’importanza della nemesi in Batman, si immedesima in lui, e fa un sacco di altre cose che non ti aspetti da un cattivone dei fumetti, come dare fuoco a una montagna di banconote manco fosse una pira votiva. Il risultato è impressionate, non dico che ti trovi a parteggiare per lui, ma poco ci manca. Non mi stupisce che Nicholson sia andato su tutte le furie quando ha scoperto che Nolan non si era nemmeno preso la briga di contattarlo quando si trattava di studiare il nuovo Joker. Ci sarebbe da sperare in una riapparizione di quello che considero uno dei personaggi più riusciti della storia del cinema, ma sarà difficile. Heath Ledger infatti è morto lo scorso gennaio, intossicato da un abuso di psicofarmaci regolarmente prescritti.
Ma non è solo Joker a rendere questo film geniale. Se il personaggio di Ledger riesce incredibilmente a lavar via la patina di assurdità che ammorba più o meno tutti i film tratti da fumetti, è la sceneggiatura a tenerti inchiodato alla poltroncina, artigliato ai braccioli dalla potenza di alcune scene e da una successione stordente di colpi di scena. Gli effetti speciali ci sono, e a grasse padellate, ma sono solo il contorno nell’intreccio perfettamente tessuto da Cristopher Nolan (era dai tempi di Memento che aspettavo una prova del genere da lui). A questo va aggiunta una colonna sonora da pelle d’oca, una fotografia impeccabile, possibilmente opposta alla melanconia tetra di Tim Burton, e un cast solido e coerente che tira in mezzo volti intoccabili come quello di Gary Oldman e una femmina inarrivabile come Maggie Gyllenhaal (qui sono di parte, e tanto, me ne rendo conto).
Non vi basta?
E allora diciamo che quello che ho adorato di questo Batman è il messaggio. Sì, avete capito bene, il messaggio. Ripulito di ogni possibile buonismo alla superman, nel Cavaliere Oscuro capita anche di sentir parlare di Eroi. C’è l’uomo tutto d’un pezzo, abbronzato ai limiti del tumore sotto i riflettori del successo, lui è una prova di moralità, la gente crede in lui, perchè la gente ha bisogno di speranza, di fiducia in una figura umana assolutamente buona; quest'uomo si chiama Harvey Dent sarà un'esempio di moralità, ma solo finchè non gli fan fuori la donna, allora sbrocca e diventa Due Facce. Batman invece non è un eroe, è lui stesso a dirlo, lui vigila sulla città, ma di nascosto, senza bisogno di avere l’amore della gente. Anzi, capiterà anche che lo stesso Batman decida di farsela nemica, la gente, che loro pensino pure che il pipistrello è un assassino, un gangster come gli altri, lui continuerà a parargli il culo nella notte. In poche parole, il Batman di Nolan è uno che non lotta per la propria immagine, ma per la salvezza della città, il fatto che poi la gente lo consideri un mostro non conta nulla, se ci pensate, in termini pratici.
In tempi in cui anche la medicina viene spettacolarizzata, permettetemelo, film come questi sono una boccata d’aria.
“Diteci che non è vero”
Così titola Massimo Gramellini sulla prima pagina de La Stampa di oggi. La frase si riferisce all’arresto del cardiochirurgo Carlo Marcelletti, accusato di truffa peculato e detenzione di materiale pedopornografico sul proprio cellulare. Una notizia che, se ci si pensa, non è poi così sensazionale. Non fosse che il suddetto Marcelletti fino all’altroieri era considerato, settimanali per famiglie in prima linea, una specie di angelo baffuto spedito sulla terra per guarire i cuori di bambini struggentemente in pericolo di vita. Lo chiamavano “Il chirurgo dei bimbi”, fino a ieri, e fino a ieri Marcelleti rientrava nella nutrita torma degli “intoccabili”, personaggi dei quali si può solo (e si deve, in ogni occasione utile) parlare bene. Allora non è un caso che il buon Gramellini (una delle penne più acute in circolazione) precipiti su un titolo tanto dozzinale. Il suo “diteci che non è vero” riproduce la delusione di migliaia di persone che in figure come Marcelletti cercano e trovano un'ancora di giustizia a cui aggrapparsi per non affondare nei mali della società. Così un normalissimo cardiochirurgo diventa il gigante buono, il taumaturgo illuminato che ha immolato una vita intera sull’altare della filantropia, l'eroe coraggioso che ha separato con successo due gemelli siamesi. Si tratta dell’ormai atavica abitudine a conferire al medico uno status semidivino, nobile quasi, un tempo lo si omaggiava con cesta di uova e prosciutti, ora con una fiducia religiosa e incondizionata nelle sue qualità umane. Che in realtà sotto il camice a volte si nascondano degli uomini meschini per molti è cosa inaccettabile. “Ci avete tolto Dio, la creazione, la sacralità della famiglia, lasciateci almeno i medici” strepiterà in cuor suo l’italiano medio in costante cerca di certezze. Insomma, lasciateci un briciolo di fiducia, diteci che non è vero, che sono solo calunnie. Questa è la reazione dell’opinione pubblica allo “scandalo” Marcelletti: la scossa incredulità di chi non vuole credere. Il risultato è che in Italia è fatto divieto di parlar male di chiunque vesta un camice (a meno che non si tratti di un camice di laboratorio). E allora si lincia Grillo per aver “parlato male” di Veronesi, lo si denuncia per aver “diffamato” Rita Levi Montalcini, poco importa poi entrare nel merito delle sue affermazioni, è il bersaglio che conta, e quel tipo di bersaglio è intoccabile.
Si dovrebbe capire che non solo il camice non fa il medico, ma a volte chi ha uno stetoscopio al collo approfitta del proprio status per commettere le peggio nefandezze. Letti d’ospedale prenotati come camere d’albergo e percentuali intascate sottobanco, sono solo alcune delle angherie perpetrate da medici di tutta Italia. Il fatto che poi questi laureati salvino delle vite è collaterale, è il loro lavoro, sono pagati fior di soldi per quello che fanno, è un lavoro duro, ma è una professione che viene scelta, che si segue per vocazione.
Che dite, ce l’ho su con la classe dei medici? Tutt’altro. Io, figlio di due medici, ho un enorme rispetto per questa professione, per questo vorrei che i corridoi ospedalieri venissero sgombrati da questa risma di figuranti con laurea, più abili a parlar con la stampa che a impugnare un bisturi. Di personaggi simili, credetemi, ne ho conosciuti. Erano bravissimi a mettersi in posa per le foto, tu inumidivi la matita e già quelli ti stavano elencando gli interventi impossibili che avevano portato a termine con successo, si definivano tra primi cinque specialisti nel loro settore, gente che a sentirla aveva ridato la felicità a interi villaggi della brianza. uscivi dalla conferenza stampa e sulla bocca della gente il loro nome risuonava pomposo. Era solo per scrupolo che poi chiedevo ai medici di mia conoscenza ulteriori informazioni su questi novelli Ippocrate, e allora saltava fuori che nell'ambiente medico questi erano considerati poco più che cialtroni. E sto usando un eufemismo.
La realtà è che i medici seri esistono, e grazie al cielo sono ancora una salda maggioranza. Se proprio volete trovarli andate in sala operatoria, cercate il medico con la faccia più stanca, quello che magari ha passato le ultime sette ore con le mani affondate nello stomaco dilaniato di un ciccione, prendete quello più silenzioso, scuro, quello meno fotogenico. Tirategli la manica del camice, chiedetegli cosa si provi a salvare centinaia di preziose vite...